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1971 04 30 Unità – Calabresi ricusa il tribunale: non vuole la perizia su Pinelli. di p.l.g.

7 giugno 2015

1971 04 30 Unità Calabresi ricusa il tribunale non vuole la perizia su Pinelli

 

Colpo di scena al processo di Milano

Calabresi ricusa il tribunale: non vuole la perizia su Pinelli

Il commissario aveva querelato il settimanale «Lotta continua» che l’aveva accusato di aver ucciso l’anarchico – Adesso l’avvocato difensore del poliziotto sembra contestare la decisione dei giudici di effettuare una nuova indagine in merito a quell’oscuro episodio

 

 

Dalla nostra redazione. 29.

Il commissario Luigi Calabresi ha ricusato il tribunale che giudicava il processo fra lui e il giornale Lotta continua. Del nuovo clamoroso episodio, si è avuta conferma ufficiale oggi nell’aula della I. sezione del tribunale

Come si ricorderà, il funzionario aveva querelato per diffamazione il periodico che l’aveva accusato di essere uno dei responsabili della morte di Giuseppe Pinelli. Dopo una lunga serie di udienze, il tribunale ordinò una perizia medico-legale sulle modalità della morte dell’anarchico, sospendendo quindi il dibattimento e disponendo l’invio degli atti al giudice istruttore.

Il Calabresi ricorse immediatamente contro l’ordinanza dei giudici, sollevando un primo «incidente di esecuzione» che però fu respinto dal tribunale. Ma il Calabresi tornò alla carica sollevando un secondo incidente che avrebbe dovuto essere discusso appunto oggi. Senonchè. nel frattempo, il legale del funzionario, avvocato Lener, ha presentato istanza di ricusazione del presidente della I. sezione del tribunale, dottor Carlo Biotti. Così oggi, invece di quest’ultimo l’udienza è stata presieduta dal dottor Mario Usai, il quale ha disposto che la discussione avvenisse in camera di consiglio e cioè praticamente in segreto presenti solo gli avvocati delle due parti. Dopodiché il dottor Usai ha dato conferma ufficiale della richiesta di ricusazione e ha rinviato l’udienza al 26 maggio prossimo.

Gli avvocati Gentili e Bianca Guidetti Serra, difensori del professor Pio Baldelli, già direttore responsabile di Lotta continua, hanno immediatamente depositato in cancelleria una istanza in cui esprimono il loro «enorme stupore» per la richiesta del Calabresi; sottolineano che questa è stata presentata solo dopo che il tribunale aveva ordinato la perizia medico-legale, utile non solo all’imputato ma, in generale, all’accertamento della verità.

La ricusazione è un mezzo eccezionale che viene raramente usato (a Milano si ricorda il bancarottiere Felice Riva a che tentò inutilmente di ricusare il presidente Luigi Bianchi D’Espinosa). L’art. 64 del codice di procedura penale prevede tutta una serie di motivi per cui il giudice può essere ricusato, motivi quasi tutti inerenti ad interessi o contrasti personali che possono esistere fra il giudice stesso e i suoi parenti da un lato, e una delle due parti dall’altro.

La notizia ha suscitato grande scalpore negli ambienti del palazzo anche per i buoni rapporti che da anni correvano tra l’avvocato Lener e il presidente Biotti.

Ma queste sono solo questioni di forma, la sostanza è un’altra. Il patrono del Calabresi si era ferocemente opposto alla perizia richiesta con insistenza dai difensori di lotta continua, invocando due motivi principali: l’accertamento non sarebbe servito a nulla; il processo sarebbe stato rinviato di due o tre mesi. Ora ci si domanda: se la perizia davvero non serviva a nulla, perchè allora rifiutarla con tanta ostinazione? Calabresi teme forse qualcosa? Secondariamente, prima a causa degli «incidenti di esecuzione» e adesso della ricusazione, il processo subirà un ritardo ben più lungo. E allora, Calabresi non ha più fretta di restaurare il suo onore? O per caso le contraddizioni emerse appunto dal processo contro il prof. Baldelli e lo sfaldamento dell’accusa in atto in questi giorni al processo contro gli anarchici (accusa alla quale il funzionario aveva  dato notevole contributo) hanno indotto o stesso funzionario a ricorrere a mezzi estremi? L’opinione pubblica attende al più presto una risposta

 

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Lotta Continua 24 novembre 1970 Facciamo giustizia della giustizia – Un processo per legalizzare la strage

2 ottobre 2012

Abbiamo scritto che non era più possibile parlare dell’omicidio di Pinelli e del suo assassino Luigi Calabresi con tono ironico e sarcastico, con vignette e battute, anche feroci e dure. E’ per questo che per oltre un mese, proprio mentre il processo si svolgeva, abbiamo taciuto: il processo infatti (e solo ora con l’ascolto dei testimoni della difesa qualcosa sembra cambiare) è stato costantemente e attentamente mantenuto a livello di farsa; il ridicolo è stato ostinatamente cercato dai poveri attori di questa squallida commedia: il sicario Calabresi, l’isterico avvocato Lener, l’orrendo capo della politica Allegra, i testi poliziotti, i giudici; tutti sembravano avere come obiettivo quello di dimostrare che questo processo non vuole dimostrare assolutamente nulla. E’ stata una prova generale di Canzonissima in cui ognuno ha cercato di dire la battuta spiritosa e al momento giusto; in cui anche degli imbecilli grossolani come i vari brigadieri Caracuta e Panessa possono trovare un po’ di spazio e di spettacolo. Lo sfacelo materiale e morale della giustizia borghese si copre di qualche pezzo di oratoria brillante o di qualche battuta da avanspettacolo, come una baldracca invecchiata e sfatta che nasconde le sue rughe dietro una spessa coltre di cipria e un civettuolo tratto di rossetto. Tutti sono indaffarati a fare dimenticare che dietro questo processo c’è l’omicidio di un uomo, che quello di cui si parla descrivendone la traiettoria, le mosse, il salto è un cadavere; che quelle battute ributtanti vengono pronunciate davanti alla compagna del morto.

Le prove, gli indizi, le testimonianze, le contraddizioni, che anche al «loro» livello giuridico dovrebbero avere un qualche senso ed efficacia, vengono affogate e rese inutili in questa orgia di banalità, di menzogna, di cinismo. La Criminale strafottenza di questi servi zelanti del potere permette loro di affermare tranquillamente: «io mento ma dovete credermi lo stesso»; oppure «io ho scritto un verbale falso ma siccome l’ho scritto io dovete prestargli fede»; per cui non ci stupirebbe che alla fine del processo Calabresi affermasse : «sì, l’ho ucciso io, ma siccome lo nego non è vero», e fosse assolto perché «il fatto non costituisce reato».

E così la polizia può esercitare tutto il suo schifoso potere anche in tribunale, riaffermando la sua intoccabilità la sua assoluta estraneità anche alle regole dello stesso gioco «democratico», alle norme della dignità borghese e capitalista che sacrifica talvolta i suoi funzionari troppo idioti o eccessivi pur di salvaguardare la sua patente di «rispettabilità». Qui niente di tutto questo. Sarà perché, come ha dichiarato Vicari, «quello di Lotta Continua è un processo troppo serio», ma qui è chiaro che una volta scelta la soluzione pesante, si va avanti duri, senza curarsi del ridicolo e della decenza. E non perché si tratta di una struttura «arretrata» come la polizia, ma perché come detto più volte, il neocapitalismo è anche coerentemente neofascismo. Ed è per questo che appaiono ancora più crudeli e complici gli sporchi tentativi del presidente del tribunale di ridurre il processo ad una causa comune, con un reato qualsiasi, con imputati testi e avvocati uguali a mille altri.

Certo, questo processo è uguale a tutti gli altri, perché però come tutti gli altri è «eccezionale», perché in qualsiasi causa sia presente un proletario, come vittima (in questo caso), o come imputato o parte civile, sia che si tratti di un omicidio, o di una cambiale scaduta o di un furto di mele, è sempre il proletario che ne paga duramente e violentemente le spese.

Questo processo è servito quindi, ancora una volta, se pure era necessario aggiungere nuove esperienze, a dimostrare il totale e assoluto antagonismo tra noi, la nostra pratica, le nostre idee e la giustizia dei padroni, a riaffermare ancora una volta, e con maggiore evidenza, che il terreno delle istituzioni borghesi è assolutamente impraticabile per il proletariato, che la violenza della lotta di classe ha bruciato ogni spazio democratico e reso completamente inutilizzabili tutti gli strumenti tradizionali; che Non esiste, insomma, possibilità alcuna di uso alternativo del tribunale che non sia la sua distruzione.

E che anche gli avvocati più bravi, compagni e rivoluzionari poco possono, se non cercare di farne uscire con meno danni possibili gli imputati; Che è quanto ci auguriamo. E d’altra parte a questo punto non è che il giudizio l’analisi politica possano cambiare a seguito di una sentenza mite o severa di un discorso comprensivo lo brutale da parte del Pubblico Ministero o del Presidente del Tribunale.

La coscienza della nostra assoluta estraneità alle regole della giustizia borghese diventa sempre più radicale e lucida (è questo il dato formidabile), diventa giorno dopo giorno conquista di massa.

Ma dal processo LOTTA CONTINUA-Calabresi un’altra cosa emerge con estrema chiarezza; la volontà da parte dello stato borghese, nella sua interezza e con tutti i suoi organi, di legalizzare, proclamandone la liceità per i suoi servi, l’assassinio politico, di farne accettare la normalità e la quotidianità  E i compagni devono prendere coscienza di questo e di come questo dimostri l’avanzatissimo livello di radicalizzazione a cui lo scontro è arrivato. L’omicidio di Pinelli non è un fatto «anormale»; la violenza criminale dello stato non ricorre più (solamente) alla pratica illegale ma, nonostante tutto, interna alla logica dello scontro frontale tra proletariato e borghesia, dell’assassinio di piazza, della bomba lacrimogena sparata nel petto, dei colpi di mitra partiti accidentalmente; ora sempre più ricorre all’eliminazione fisica, portata avanti con metodi banditeschi, e mafiosi, dei compagni che sanno troppo, dei complici che parlano, delle spie che si pentono, o che prendono paura. Sbaglia o è un ingenuo chi ritiene questa fantapolitica; il nemico è feroce, possiede soldi, armi, reti di spie e di sicari, protezioni, complicità, alleanze; e soprattutto il nemico è disperato e non ha nulla da perdere perché ha già perduto; e non si ferma di fronte a nessun crimine, a nessuna vigliaccheria. Il 25 febbraio 1966 viene trovato morto nella sua macchina, carica di armi e di esplosivi; Antonio Aliotti, un fascista entrato in crisi e deciso a rivelare i rapporti che esistono tra squadrismo romano e Ministero degli Interni.

Nell’autunno del ’68 un attivista missino e agente del SID, Giovanni Ettore Borroni viene trovato morto, colpito alla fronte da un proiettile d’arma da fuoco, in un bosco alla periferia di Forni di Sopra, in provincia di Udine. La polizia definirà suicidio la morte. Il 25 dicembre del 1969 viene trovato «affogato» in una fossa di 80 centimetri d’acqua, Armando Calzolari, un altro fascista intenzionato a parlare delle riunioni segrete in cui, lui presente, si progettarono gli attentati di Roma e di Milano.

I quattro compagni anarchici (testimoni a discarico di Valpreda) uccisi da un camion nei pressi della tenuta di Junio Valerio Borghese, sulla cui criminale attività stavano indagando, sono le più recenti ma, crediamo, non ultime vittime.

E il «suicidio» di Pinelli e quello del colonnello Rocca, si aggiungono al crudele e allucinante bilancio.

Il processo Calabresi-LOTTA CONTINUA è quindi il tentativo estremo di rendere legale e ufficiale la pratica dell’omicidio politico. La nostra volontà di opporre a questo processo la pratica della giustizia proletaria, di restituire al popolo la possibilità materiale di applicare la sua legge, è anche lo strumento più adeguato di difesa rivoluzionaria, l’unico modo concreto di spezzale la criminale catena della strage di stato.

Lotta Continua 15 ottobre 1970 Non stiamo al gioco

29 settembre 2012

L’abbiamo già detto. Lo ripetiamo.

Al processo borghese, ai suoi riti giuridici, alla sua conclusione siamo e ci sentiamo profondamente estranei.

La chiarezza, la verità sulla morte di Pino Pinelli, del proletario assassinato perché aveva potuto capire «troppe cose» non ce l’aspettiamo di sicuro né dal dibattimento, né dalla conclusione (quale che sia) di quella lugubre farsa, recitata in toga nel chiuso di un palazzo fascista.

La chiarezza, la verità sulla strage di stato, come ogni chiarezza e verità che conti, non può trovare spazio alcuno nei palazzi di giustizia, nelle aule dei tribunali borghesi.

In quei luoghi, su quel terreno, tale chiarezza o verità può solo rimanere mortificata, distorta, stravolta in menzogna o complotto.

Di essere caricati e scacciati dal Palazzo di Giustizia ce lo aspettavamo. Quella è casa dei borghesi, non dei proletari. Hanno tenuto a ricordarcelo, anche se in modo brusco. Lo sapevamo già.

Ma non stiamo al gioco. Non ci staremo. Non permetteremo che Pinelli, la strage di stato, il più sanguinoso colpo repressivo contro tutta l’ampiezza delle lotte proletarie vibrato dai nemici di classe (padroni, fascisti e polizia) si faccia mortificare e seppellire un’altra volta dalle mani della stessa classe sociale che è protagonista, mandante ed esecutore del suo assassinio e dell’assassinio di 16 altri innocenti.

Hanno montato il processo, lo portano avanti, lo concluderanno in modo da risciacquare le coscienze inquiete a metà, da placare i dubbi dei democratici, da quietare le insoddisfazioni dei revisionisti e dei loro reggi coda.

Non ci vuol molto, per mettere a tacere costoro, per farli contenti. E lo sanno.

Siamo convinti che il compagno Pio Baldelli pagherà, non molto (e troveranno una formula che non indigni nessuno), ma pagherà il prezzo di averci prestato il suo nome. In anticipo, sapeva di rischiare, ed ha accettato di firmare il nostro giornale, senza mai né scriverci un rigo, né leggerne uno sé non dopo la stampa, insieme con quelli che lo diffondono e acquistano. Un lettore eguale agli altri, anche se di certo non identico all’operaio Fiat o al pastore sardo.

Noi, comunque, non staremo al gioco. Non ci lasciamo rinchiudere nella trappola della giustizia borghese.

Il nostro processo si fa nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri. Nella lotta di classe, che è l’unico terreno in cui chiarezza e verità possono prendere forma e concretezza.

E non solo la piccola verità di Pino Pinelli e della strage di stato, ma anche la verità più grossa della giustezza rivoluzionaria, della sentenza proletaria contro tutto il sistema sociale di sfruttamento nelle cui radici allignano i Calabresi, i Guida, i Restivo, i Saragat che in diverso modo ne traggono frutto.

NOTA: nei giorni immediatamente prima del processo, e durante e dopo lo stesso il gruppo dirigente della statale si è distinto in una «brillante» attività di campagna accusatoria contro «LC», in ciò subito raccolto al balzo e amplificato nelle colonne dell’«Unità».

Questi reggicoda dell’opportunismo tradizionale (PCI, PSIUP, sindacati) si sono adontati per averli noi denunciati del loro atteggiamento politico sul «caso Pinelli», omogeneo a quello dei revisionisti, e quindi oggettivamente «facente parte» del gioco reazionario del complotto e della strage di stato.

Cioè: soggettivamente estranei al complotto, oggettivamente partecipi della repressione e della caccia all’estremista che si scatenò di conseguenza.

E’ vero. Lo ripetiamo. La lotta di classe non lascia spazi neutrali. E chi non è da una parte, finisce tutto dall’altra.

Anche oggi, costoro non rinunciano a chiarire sempre più il loro ruolo opportunista, astenendosi dalla mobilitazione di massa contro il processo, giocando sul terreno stesso della giustizia borghese, denunciando con volantini, conferenze e altro le avanguardie antiriformiste e antirevisioniste che già la borghesia tenta di isolare e sputtanare.

 

Lotta Continua 15 ottobre 1970 «Calabresi nervoso, fumava» – Lettera di uno studente medio

29 settembre 2012

Venerdì  9 ottobre al palazzo di giustizia

Venerdì mattina presto al palazzo di giustizia c’era già molta gente, studenti medi che si erano rifiutati di andare a scuola, studenti che avevano scioperato, operai di Lotta Continua, operai di varie fabbriche che non fanno parte direttamente della nostra organizzazione. La polizia presente in numero ingente non ci ha sorpreso e tanto meno impaurito, molti studenti medi dicevano: facciamo davvero paura. Il palazzo di giustizia era circondato da un giro più stretto di idranti, camionette, cellulari e da un giro più largo che bloccare Largo Augusto, piazza 5 Giornate e le vie intorno. All’interno del Palazzo di giustizia, che come quelli di Milano sanno è un edificio mostruoso, enorme che già da solo è l’immagine di tutti i poliziotti del mondo calcificati, al pianterreno c’erano poliziotti, al 1. piano ce n’erano di più, al 2. piano oltre a quelli in divisa ce n’erano soprattutto molti con la pancia e l’impermeabile, la faccia sorniona che cercavano di mimetizzarsi tra la folla: comunque tutti hanno confermato che bastava l’odore per capire che erano poliziotti, è inconfondibile. Si è notato poi che sta prendendo piede un nuovo modello di poliziotto: quelli stile Calabresi, dalla aperta faccia fascista e il maglione a dolce vita sui pantaloni un po’ larghi in fondo.

L’aula dove si svolgeva il processo è tra le più piccole del palazzo di Giustizia, al mattino presto quando c’era poca gente all’ingresso della aula «Calabresi nervoso fumava» intorno a lui le guardie del corpo. Alcuni compagni sono riusciti a vederlo arrivare chiuso in una Giulia affiancato da due «gorilla» armati di mitra, lo sguardo fisso in avanti e l’aria più dignitosa e autorevole possibile. L’assassino protetto dai poliziotti per prima cosa ha stretto la mano al questore, al vice questore, al commissario, ecc.

I volantini di Lotta Continua sono stati sequestrati subito, ma molti ne erano già girati, molti si è riusciti ugualmente a far circolare.

Molti compagni si erano organizzati per controllare che tra i presenti non ci fossero provocatori – fascisti e consimili – tutti i compagni studenti e operai avevano l’occhio vigile: ogni persona sospetta è stata seguita; controllata, isolata e in genere tutto il clima che si è creato fuori dell’aula era «militante» infatti si distinguevano chiaramente, come pesci fuor d’acqua quei pochissimi studenti della statale che sono passati di lì verso le 10,30, giovanotti col maxi, ma ci sono rimasti male: s’aspettavano un pubblico sexi per un processo alla moda, si sono trovati accanto compagni operai dalle facce decise. Gli «statalini» non sono venuti: erano intenti a preparare un volantino di diffamazione contro Lotta Continua, che hanno poi tentato di distribuire alle fabbriche. Comunque siamo grati agli «statalini» di non essere venuti: una volta tanto un po’ di coerenza!

Quando verso mezzogiorno abbiamo cominciato a cantare (la canzone di Pinelli, Compagni dei campi e l’Internazionale) eravamo ancora circa 600 persone lì davanti all’aula.

Vittoria, il vice questore è piccolo grosso e molto brutto. E’ piombato in mezzo a noi gridando basta, seguito da un po’ di carabinieri: al momento ci è venuto a tutti da ridere perché era buffo vederlo gridare così isterico e tutto rosso, ma subito siamo diventati seri e incazzati e abbiamo gridato molto forte Calabresi assassino, sarai suicidato. I carabinieri hanno cominciato a dare spintoni e noi ci si spostava piano, gridando sempre. Sulle colonne del palazzo di giustizia restavano scritte, e un manifesto Wanted Calabresi.

Ci siamo poi fermati sul fondo della sala e allora Vittoria ha lanciato per la seconda volta il suo grido e i poliziotti hanno cominciato a premere più cattivi. La gente un po’ preoccupata ha fatto per un attimo silenzio, quando subito una sonora decisa simpatica pernacchia ha risposto agli urli zitelleschi di Vittoria. Così abbiamo subito ricominciato a scandire slogan contro Calabresi e ci siamo avviati verso l’uscita, mentre la polizia scatenava la sua rabbia impotente sulle ragazze e i compagni delle ultime file. Mentre. scendevamo le scale gridando sempre più forte abbiamo tutti visto volare giù nella tromba delle scale il cappello di un poliziotto; fuori all’uscita c’erano gli idranti, il III celere … mentre volava giù il cappello alcuni compagni hanno gridato forte che tutti l’hanno sentito: «Se Calabresi è innocente Tamara è vergine».

Lotta Continua luglio 1970 Parola di Amati

27 settembre 2012

Giudice Istruttore Antonio Amati

L’accoglimento della richiesta di archiviazione dell’inchiesta su Pinelli da parte del famoso giudice Amati, ed il rinvio del processo Calabresi-Lotta Continua, previsto per luglio e rinviato poi alla seconda metà di settembre sono il risultato delle ultime settimane di lavoro della magistratura milanese.

Ora i giudici, che quest’anno hanno lavorato parecchio, se ne possono finalmente partire chi ai monti chi al mare: le cose sono state esattamente predisposte per l’autunno, quando la giustizia sarà rientrata dalle ferie.

L’inchiesta sul «caso Pinelli» (il caso veramente c’entra poco con la sua morte) ed il processo a Lotta Continua sono come si sa due vicende tra loro collegate; era necessario arrivare prima all’archiviazione per andare poi, con tutta calma e con una smemorata estate di mezzo, al processo contro Lotta Continua: La firma del noto giudice Amati in calce al provvedimento di archiviazione anticipa infatti e precostituisce  per così dire, l’esito del processo: se Pinelli si è suicidato, come sostiene Amati, vuol dire che non è stato ammazzato; dunque, le accuse rivolte da noi ai dirigenti della questura milanese, ed in particolare al commissario Calabresi che condusse 1’«interrogatorio», non possono che essere gratuite diffamazioni. Tutto chiaro quindi.

Peccato soltanto che per arrivare a questa conclusione il dotto Amati sia stato costretto ad arrampicarsi sugli specchi per ben 55 pagine dattiloscritte, e a sconfessare clamorosamente persino la motivazione di archiviazione proposta dal giudice Caizzi (che ha condotto l’istruttoria): se Caizzi parlava infatti pilatescamente di «morte accidentale», il valoroso giudice Amati torna alla tesi del suicidio che, come del resto anche l’omicidio, ha ben poco di «accidentale».

Su questo punto vale la pena di soffermarsi un momento.

Il ritorno alla famigerata tesi del questore Guida, necessario per tentare di scagionare fino in fondo la polizia, è parecchio avventuroso, se si pensa che la spiegazione fornita dal questore la notte dell’assassinio di Pinelli («…si era visto incastrato, il suo alibi era crollato, il suo gesto equivale a un’autoaccusa, al suo posto io avrei fatto lo stesso …») si è nel frattempo dimostrata un falso grottesco, degno solo di un ex-secondino di Ventotene.

È a questo punto che Amati deve chiamare a soccorso tutta la sua dottrina per mantenere la tesi del suicidio senza però accreditare di nuovo le vecchie menzogne di Guida; così veniamo a sapere che per togliersi la vita non occorre nessun motivo particolare, come la casistica e la dottrina ampiamente citata ci verrebbero a dimostrare.

Pinelli quindi si è suicidato, ma non perchè «il suo alibi era crollato», non perchè «si era visto incastrato», bensì perchè «colto da raptus suicida».

Non è convincente? Il «raptus suicida» è una cosa che, se ti coglie, ti butti dalla finestra. Non importa se hai un alibi di ferro, non importa se Calabresi non è riuscito a incastrarti, o se magari l’hai incastrato tu: ti prende il raptus, e ti getti.

Tra l’altro veniamo a sapere che a Pinelli il raptus gli era già preso il giorno prima, la domenica a mezzogiorno: questa la sensazionale rivelazione che ci fa il giudice Amati: Pinelli aveva già tentato di uccidersi prima ancora di sapere della incriminazione di Valpreda.

Per fortuna l’agente Perrone, autista di Calabresi; passa proprio in quel momento davanti all’ufficio del suo padrone, dove si trova Pinelli, vede che l’anarchico si sta gettando, riesce ad afferrarlo in tempo e ad «impedire così l’insano gesto».

Il raptus scompare poi nel pomeriggio, Pinelli torna normale, incontra la moglie e la madre alle quali appare sereno e calmissimo, come apparirà ancora il giorno seguente al teste che si reca in questura a convalidare il suo alibi. Ma ecco che, a mezzanotte del lunedì, durante una pausa dell’interrogatorio torna improvviso il raptus suicida, Pinelli si alza dalla sedia, va verso la finestra, si getta; il brigadiere Panessa, che cerca di trattenerlo, è più sfortunato del collega Perrone: in mano gli resta solo una scarpa, anzi un’impressione di scarpa.

Questa è in sintesi la tesi di Amati. Commentarla è superfluo: sappiamo chi è Amati, conosciamo il suo valore, la sua dottrina, il suo infaticabile zelo.

È lui l’uomo che gestisce le istruttorie di una buona parte delle numerose bombe scoppiate da due anni a questa parte a Milano.

È lui che sistematicamente le attribuisce agli anarchici, a dispetto delle prove, degli indizi, del senso comune.

È lui che, a mezz’ora dalla strage di Piazza Fontana, con istinto sicuro indirizza verso gli anarchici le indagini della polizia, che peraltro già si muoveva autonomamente in quel senso, grazie all’istinto altrettanto sicuro di un Calabresi.

È lui infine che, colto da un raptus di attivismo già nelle settimane che precedono le bombe, convoca da diverse città, per diverse ragioni, una serie di persone tra cui sono sia Valpreda che uno dei suoi tanti sosia, cosicchè entrambi si verranno a trovare, per una simpatica coincidenza, a Milano il giorno della strage.

Chi dunque poteva decidere come e quando archiviare il «caso» Pinelli meglio dell’ex Uff. della Benemerita, giudice Antonio Amati?

Lotta Continua 6 giugno 1970 Un’amnistia per Calabresi? – Dopo l’archiviazione del caso Pinelli

27 settembre 2012

 Lotta Continua 6 giugno 1970 vignetta contro Calabresi

«È la polizia che turba l’ordine invece di mantenerlo;è nei suoi ranghi, alla questura, che s’incontrano gli assassini»

(René Viviani,antico ministro degli interni)

«Archiviano Pinelli, ammazziamo Calabresi»: è scritto sui muri di Milano, è scritto anche sulla caserma S. Ambrogio, e noi, solo per dovere di cronaca, come si dice, riportiamo la cosa. A prima vista, a noi superficiali lettori di scritte murali, questo sembrerebbe un incitamento all’omicidio di funzionario di P.S.

Quello che infastidisce è che, se qualcuno segue il suggerimento, si rischia di vedere saltare, per morte del querelante, il processo Calabresi-Lotta Continua, e la cosa in effetti ci dispiacerebbe un po’; a meno che Panessa o Muccilli o Mainardi (questo è l’ultimo arrivato) non volessero sostituirlo all’ultimo momento. Sarebbe proprio bello in questo caso; uno morto e disperso al vento (è noto che la schiatta dei Calabresi pratica da millenni l’usanza di bruciare su una pira il corpo dei congiunti morti di arma bianca) e uno esposto al ludibrio del proletariato in un’aula di tribunale.

Comunque, come era stato facilmente previsto, il caso Pinelli è stato archiviato. Avevamo scritto nel numero precedente che l’eventuale condanna di «Lotta Continua» nel processo contro Calabresi avrebbe permesso alla magistratura di concludere più dignitosamente (e con un ruffianesco riconoscimento di onestà) l’inchiesta sulla morte di Pinelli. Ci sbagliavamo per eccesso di prudenza e di accortezza: sarà, al contrario, la banditesca archiviazione che consentirà la risoluzione anche del «caso Calabresi»; e Calabresi a questo punto (ed è il secondo rischio) potrebbe anche morire dalla voglia di non farlo questo processo e accontentarsi dell’eroismo dimostrato nel presentare, a fronte alta, una querela contro il direttore di un giornale.

In ogni caso quando si tratta di magistrati e poliziotti dobbiamo sempre andare oltre nell’ipotizzarne e prevederne il comportamento criminale, senza lasciarci suggestionare da tutte le chiacchiere sulla riforma della polizia e sulla magistratura democratica. Le contraddizioni tra reazionari e progressisti, il riformismo dello stato socialdemocratico, la strategia laburista, sappiamo tutti che esistono e hanno una loro precisa rilevanza, all’interno del regime e dei suoi diversi rami, ma il loro connotato non è, come qualcuno crede, la capacità di eliminare o fare a meno degli elementi, dei settori, degli strumenti più arretrati o scopertamente reazionari; ma è viceversa la capacità del regime di integrare e armonizzare le strutture e le vocazioni fasciste in una strategia socialdemocratica. Sarebbe da sciocchi pensare che non solo questa caricatura di stato riformista, ma anche uno più raffinato e accorto (se gli daremo il tempo di farlo) possa per esempio rinunciare all’omicidio politico (o alla strage) come strumento di controllo sulle masse; è vero piuttosto che, all’interno di un progetto di riforma dello stato, altri strumenti avranno funzioni più ampie e complesse.

Questo per sgomberare il campo da ogni illusione e per non cadere nella trappola dello stupore per iniziative «non coerentemente riformiste» di individui come Caizzi; l’archiviazione del caso Pinelli non è indicativo di un «rigurgito fascista» o di «tentazioni autoritarie» (come Berlinguer e Pajetta vogliono farci credere) ma è pienamente e coerentemente una scelta socialdemocratica. E allora Caizzi può anche fregarsene di tutto e portare avanti ostinatamente la sua parte, senza concessioni né formali né sostanziali alle voglie dei progressisti e dei «democratici»: tanto più che alla resa dei conti chi utilizzerà tutto questo non sarà il cane morto della socialdemocrazia marca P.S.U. e Saragat, ma sarà proprio chi ora si straccia le vesti e grida allo scandalo e in definitiva ringrazia Caizzi perché gli permette appunto di stracciarsi le vesti e gridare allo scandalo. D’altra parte l’isterica richiesta di giustizia dell’Avanti può poco (e inganna sempre meno) di fronte al deserto dell’iniziativa anche governativa di Nenni e dei suoi inquilini. Il P.C.I. nel frattempo riporta le notizie e le testimonianze già ripetute venti volte e si lamenta perché De Martino non interviene; e, con squisita sensibilità, pare intenzionato a rinviare tutto a dopo le elezioni; così dalla scheda elettorale ora dipende non solo la dittatura del proletariato ma anche la verità su Pinelli. I nostri amici intanto continuano a farne di grosse; Caizzi per motivare l’archiviazione dell’inchiesta ha parlato di «morte del tutto accidentale»: ora anche uno sprovveduto come Guida capisce benissimo che il suicidio è una morte «volontaria» e non «accidentale» e quindi la formula usata da Caizzi equivale perlomeno ad accusare il questore e Calabresi di aver mentito; ma è qualcosa di più: è il tentativo di Caizzi di prepararsi una via d’uscita nel caso che emerga la versione (ugualmente falsa ma più suggestiva) della «caduta dalla finestra dovuta a un malore improvviso» (che è quanto Lo Grano ha deposto davanti ai suoi superiori).

A questo punto qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi e Guida per «falso ideologico in atto pubblico»; noi che, più modestamente, di questi nemici del popolo vogliamo la morte, ci accontentiamo di acquisire anche questo elemento. Ma Calabresi è invece più difficile da accontentare; sputtanato com’è dovrebbe limitarsi a giocare a boccette per il resto della sua vita o fare il vigile urbano al cordusio e invece si ostina a giocare al poliziotto tipo «Ti spacco il muso, bastardo d’un Betty Blue!». Appena Allegra lo lascia un attimo solo ne approfitta per farne una delle sue: è andato anche dal proprietario di una tipografia e l’ha minacciato, nel caso questi avesse intenzione di continuare a stampare manifesti nei quali a proposito di Pinelli più che di suicidio si tende a parlare di omicidio.

Un rischio comunque, come dicevamo, esiste: questa benedetta amnistia, tra clausole e deroghe, è per buona parte dedicata a noi (reati di stampa, diffamazione, diffamazione con facoltà di prova, diffamazione a pubblico ufficiale) e di questo non possiamo non ringraziare chi ha avuto tanta disinteressata sollecitudine nei nostri confronti; ma una cosa vogliamo dirla con molta chiarezza: questa amnistia, per quanto riguarda la nostra «diffamazione» di Calabresi, non ci interessa e non la vogliamo; a tutt’oggi appare improbabile, ma non è da escludere, che Volo d’Angelo tenti il colpaccio di fare includere all’ultimo minuto il nostro reato tra quelli amnistiabili. Guai a lui! Questo processo lo si deve fare, e questo «marine» dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole ormai ed è inutile che si dibatta «come un bufalo inferocito che corre per i quattro angoli della foresta in fiamme».

Perché la campagna di Lotta Continua per l’accertamento delle responsabilità del commissario Calabresi nella morte del compagno Pinelli fu giusta

30 aprile 2012


Da qualche tempo hanno ricominciato a piovere – grazie anche al film fantasy di Marco Tullio Giordana – ingiurie e menzogne contro la campagna di stampa che Lotta Continua portò avanti per l’accertamento della verità  sulla morte del compagno Pino Pinelli e sulle responsabilità del commissario Luigi Calabresi. Oggi come ieri siamo convinti che quella campagna fu giusta e riteniamo che parlarne ora separandola dal contesto in cui avveniva significhi deformare la storia. Pensiamo quindi che sia necessario ricordare, sia pur brevemente, i fatti.

La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 il corpo del compagno Giuseppe Pinelli precipita dal quarto piano della Questura di Milano dalla stanza del commissario della squadra politica Luigi Calabresi. Sono presenti i poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli e il tenente dei carabinieri Savino Lograno.

Nelle prime ore del 16 dicembre, nell’ufficio del questore Guida (quello  che durante il fascismo aveva diretto il carcere-confino di Ventotene) si tiene una conferenza stampa. Sono presenti, oltre allo stesso Guida,  Allegra, Calabresi e Lograno. E’ il questore ad aprire la danza delle menzogne – puntualmente riferite dalla giornalista Camilla Cederna – dichiarando che Pinelli “era fortemente indiziato di concorso in strage…era un anarchico individualista…il suo alibi era crollato… non posso dire altro…si è visto perduto..è stato un gesto disperato…una specie di autoaccusa, insomma. ….il suo era un fermo prorogato dall’autorità”.

Un’altra giornalista, Renata Bottarelli, annota le parole di Allegra che dice che negli ultimi tempi il suo giudizio su Pinelli era cambiato, perché certe notizie avevano messo l’anarchico in una luce diversa, poteva essere implicato in una storia come quella di piazza Fontana.

Parla poi  Calabresi,  secondo quanto riferisce ancora Renata Bottarelli: “Innanzi tutto ci disse che al momento della caduta lui era da un’altra parte; era appena uscito per andare nell’ufficio di Allegra per informarlo del decisivo passo avanti fatto, a suo parere, durante le contestazioni. Gli aveva, infatti, contestato i suoi rapporti con una terza persona, che non poteva ovviamente nominare, lasciandogli credere di sapere molto di più di quanto non sapesse; aveva visto Pinelli trasalire, turbarsi. Aveva sospeso l’interrogatorio, che però non era un vero e proprio interrogatorio, per riferire ad Allegra questo trasalimento”.

Poche ore più tardi è Guida a rincarare la dose con una sconcertante dichiarazione “Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee. Quando si è accorto che lo Stato, che lui combatte, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”.

Sono queste le parole false, vigliacche e infamanti con cui  dirigenti e funzionari della questura di Milano si inventarono il “mostro” Pinelli in un maldestro tentativo di coprire le proprie responsabilità per quella morte. Ma sarà proprio l’uccisione del compagno Pinelli a diventare “la sabbia” che bloccherà l’ingranaggio della provocazione messa in atto contro gli anarchici e che aprirà gli occhi ad ampi settori democratici del Paese su quella, che sarà purtroppo solo la prima, delle stragi di Stato.

Gli apparati giudiziari – dimostrando la loro totale sudditanza alla ragion di stato – cercheranno di chiudere il più rapidamente possibile il capitolo della morte di Pinelli per togliere dai carboni ardenti i solerti dirigenti milanesi.

Il 21 maggio 1970 il sostituto procuratore Giuseppe Caizzi chiude l’inchiesta sulla morte di Pinelli , trasmettendo il fascicolo con la richiesta di archiviazione al giudice Amati, sostenendo che non vi era stata nessuna “responsabilità penale” e che Pinelli era morto per “un fatto del tutto accidentale”.

Il 3 luglio Antonio Amati deposita il decreto di archiviazione sulla morte di Pino.

Il 17 luglio Caizzi deposita un’altra richiesta di archiviazione, quella relativa alla denuncia della moglie e della madre di Pinelli contro il questore Marcello Guida per le sue dichiarazioni dopo la morte di Pino.

E’ in questo contesto, contro questo vergognoso tentativo di salvare coloro che si trovavano nella stanza con Pinelli,  coloro che lo detenevano illegalmente oltre i limiti consentiti dalla loro stesse leggi, coloro che lo stavano torturando fisicamente e mentalmente (minacce, tenuto senza dormire, senza quasi mangiare, tentativi di incastrarlo nella strage, ecc.)  che nasce e si sviluppa la campagna di stampa di Lotta Continua.

 Come ci racconta un testimone dell’epoca, un compagno di Crocenera anarchica, la “persecuzione” del giornale Lotta Continua contro Calabresi non fu una campagna di odio cieco, come si vuol oggi far credere, ma fu una strategia ben mirata e calcolata con gli avvocati (compreso Gentili, un cattolico convinto) e condivisa con noi anarchici, quando il giudice Caizzi stava per archiviare il caso Pinelli. L’obiettivo era ottenere la querela da parte di un pubblico ufficiale (cosa che implicava facoltà di prova) per riaprire un’istruttoria sulla morte di Pino. Cosa che avvenne. Senza gli articoli di Lotta Continua non avremmo mai avuto il processo Calabresi-Lotta Continua (cioè contro Pio Baldelli che ne era il direttore responsabile), e non sapremmo niente sulla morte di Pinelli.

Calabresi tardò molto a querelare perchè voleva giustamente che lo facesse il Ministero, il quale invece non ne volle sapere. Fu così che gli articoli e le vignette divennero sempre più aspri.

Il commissario Calabresi – al di fuori che possa essere provata o meno la sua presenza nella stanza – era il più alto in grado a dirigere l’interrogatorio, sapeva cosa avveniva in quella stanza anche quando non era presente, sapeva che il fermo prolungato di Pinelli era illegale, e quindi il commissario era e rimane il principale responsabile di quella morte.

Coloro che oggi cercano di riabilitare la figura di Calabresi sono soltanto dei falsi e degli ipocriti. Falsi perché negano le sue responsabilità oggettive .  Ipocriti perché se anche si potesse provare, e non è ancora stato fatto, che non era presente in quella stanza nulla cambierebbe rispetto alla sua “complicità morale” con quella morte. Ricordiamo che con la formula  “complicità morale” in questo presunto stato di diritto sono stati comminati ai militanti dei gruppi armati decine e decine di ergastoli  senza che nessun  paladino dei diritti battesse ciglio.

Per questo motivo noi non rinneghiamo nulla di quella campagna di stampa e non ci vergogniamo di averla sostenuta. Era giusta ieri come lo sarebbe oggi. A distanza di 43 anni dai fatti noi ci battiamo ancora per la verità sulla morte di Pino Pinelli.

Umanità Nova 22 aprile 2012 Quel film è una porcheria. Intervista a Lello Valitutti di l’incaricato

23 aprile 2012

Dopo l’uscita del pessimo film ‘Romanzo di una strage’ ci è sembrato doveroso dare voce al compagno Lello Valitutti, presente la notte della morte del compagno Pinelli, negli uffici della questura di Milano.

Lello, quale è stata la tua prima impressione dopo aver visto il film “Romanzo di una strage”?

La prima volta l’ho visto in un modo molto emotivo e sospettoso, nel senso che avevo paura che il film potesse contenere delle porcherie esplicite, eclatanti. Alla fine ho tirato un respiro di sollievo, ed ho pensato fosse meno peggio di quello che poteva essere. Dopodiché ho parlato con dei compagni, con calma l’ho rivisto la seconda volta e purtroppo mi sono reso conto che in realtà è una porcheria. Chi vede questo film senza conoscere i fatti ha un’impressione totalmente sbagliata. Innanzitutto per come viene presentata la figura di Pietro Valpreda, ossia in modo caricaturale, che offende profondamente non solo lui, ma tutti quanti noi. Stiamo parlando di una persona che ha avuto il merito raro di prendersi sulle spalle – sia pur involontariamente – tutta la storia futura degli anarchici, e di reggere il peso. Se Pietro fosse caduto in contraddizione di fronte a quelle accuse, noi (i ragazzi di allora) non avremmo avuto alcun futuro politico. Saremmo stati gli amici del mostro, come lo siamo stati i primi giorni, non avremmo avuto nessuno spazio nel futuro e probabilmente gli anarchici sarebbero stati cancellati dalla storia italiana. Pietro ha avuto la grandissima capacità di rispondere con calma a lunghissimi ed estenuanti interrogatori senza arrendersi e senza crollare, difendendo la sua innocenza. E’ stato un compagno formidabile, a cui tutti noi dobbiamo essere grati.

Parliamo delle scene dell’omicidio di Pino Pinelli. Ti chiedo un confronto tra quello che ricordi e ciò che si vede nel film.

Nel film, prima della morte di Pino, Calabresi esce dall’ufficio per recarsi in un’altra stanza non meglio identificata, in cui è da solo. Io che conosco i fatti, sbagliandomi, ho pensato inizialmente: “sta dicendo che Calabresi è un bugiardo!”, perché in realtà Calabresi ha testimoniato che lui al momento della morte di Pinelli era nell’ufficio di Allegra. Successivamente ho capito che non era certo questa l’intenzione del regista.

Cosa ricordi degli spostamenti di Calabresi in quegli attimi?

Io non vedevo la porta dell’ufficio di Calabresi, ma vedevo perfettamente l’ufficio di Allegra, ed ho testimoniato che Calabresi non c’è andato Per questo la mia testimonianza non è accusatoria in se stessa, ma lo diventa fortemente in virtù di quella dello stesso Calabresi.

Quanto sei rimasto in quella stanza?

Alcune ore, ed era sera tarda. È anche legittimo che qualcuno insinui il dubbio che io possa essermi addormentato. Ma io ho specificato chiaramente che circa un quarto d’ora prima della morte di Pinelli avevo sentito dei rumori provenire dall’ufficio di Calabresi; rumori che avevo descritto come di una rissa, di un trambusto, che chiaramente mi avevano allarmato. Quindi a quel punto non solo ero sveglio, ma molto attento a ciò che accadeva.

Come ricordi Calabresi, anche alla luce del taglio che Giordana ha dato al suo personaggio nel film?

E molto importante ricordare che Calabresi ce l’aveva con gli anarchici da molto prima di Piazza Fontana, dalle bombe della fiera campionaria di Milano dell’aprile precedente, a quelle sui treni in estate. Lui era lo sbirro che lavorava sugli anarchici, ed era convinto che fossero dei bombaroli. A causa sua molti compagni sono stati in prigione parecchio tempo anche se poi assolti; a causa sua Pietro se n’era andato da Milano, perché non ne poteva più di aver rotte le scatole da lui, e a causa sua Pino veniva continuamente perseguitato.

 In primo luogo, direi che era un emerito incapace, perché di fronte a bombe di chiara matrice fascista, ha continuato a prendersela con gli anarchici solo perche noi costituivamo il suo “ambito di lavoro”. In secondo luogo, lui ha trattenuto Pinelli in questura oltre i limiti consentiti per legge senza avvisare il giudice, ed era il responsabile oggettivo della sua custodia. In terzo luogo, ha calunniato pubblicamente Pinelli durante la prima conferenza stampa, dicendo che era in qualche modo colpevole.  In quarto luogo, durante il processo Calabresi-Lotta Continua, quando il giudice volendo vederci più chiaro chiese di riesumare il corpo di Pino, lui fece ricusare lo stesso dal suo avvocato.

Si offendeva perché lo chiamavano assassino o “commissario finestra”, ma è lui che ha impedito che si andasse avanti verso la verità.

Tutto questo è oggettivo. Questo era Calabresi.

Nel film il rapporto tra Calabresi e Pinelli è ambiguo. Puoi chiarirci quale fosse realmente?

Il Pino diceva che era un poliziotto falso e pericoloso, perché contrariamente ai suoi colleghi, che erano “animaleschi”, lui era capace di alternare momenti di finta confidenza e fiducia a momenti di durezza, Come tale tutti lo abbiamo conosciuto.

Ora vorrei chiederti un ricordo di Pino Pinelli.

Io ero un ragazzo e lui una persona adulta, e la differenza di età ovviamente pesava, ma tra i componenti della vecchia guardia anarchica a Milano, lui più di tutti ha avuto la sensibilità umana di capire che c’erano i giovani, e che era giusto che partecipassero. Per me questo è stato un merito grandissimo. Era un atteggiamento raro a quei tempi. E’ stato un ottimo compagno per noi giovani, tutti gli volevamo bene.

Nel film Pinelli caccia Valpreda dal Ponte della Ghisolfa. Come andò realmente?

Chi ha vissuto quegli anni sa che gli scazzi tra compagni erano all’ordine del giorno. Succedeva di discutere, anche animatamente, di tante cose, e quella fu una discussione come tante. Io ho avuto modo di parlarne successivamente con Pietro e lui era affezionatissimo a Pino e ne ha sempre conservato un grande ricordo, fatto di affetto e di stima. E sono sicuro che se fosse qui, Pino direbbe le stesse cose di lui.

Uno dei grossi errori di questo film, è riportare quell’episodio completamente decontestualizzato.

Per concludere, vorrei chiederti una riflessione su questo film in relazione all’importanza che la memoria storica ha per le lotte di oggi.

Secondo me dobbiamo chiederci: perche adesso? Perché proprio in questo momento storico tirano fuori queste menzogne? Secondo me questo prepara una repressione contro gli anarchici. Non ritengo sufficiente come spiegazione la volontà di “beatificare” Calabresi.

E’ un film che insinua ancora il dubbio infame che gli anarchici c’entrino in un modo o nell’altro, e per questo è pericoloso, perché crea confusione.

Nella storia del movimento anarchico la violenza – condivisa o meno – è sempre stata rivolta esclusivamente contro il potere, mai contro il popolo, perché noi non abbiamo nessun potere da affermare, abbiamo solo un potere da distruggere per affermare la volontà della gente.

L’incaricato

Umanità Nova 22 aprile 2012 Lettera aperta a Dario Fo e Franca Rame di Enrico Di Cola

23 aprile 2012

Caro Dario cara Franca

qualche giorno fa, spulciando tra gli atti dei processi per la strage di stato di piazza Fontana, mi ero imbattuto in un telespresso inviato dall’Ambasciata d’Italia a Stoccolma – del 28 agosto 1972 – in cui si annunciava che si era tenuta la preannunciata conferenza stampa a cura dell’Amnesty International Comittee che aveva visto la partecipazione dell’avvocato Calvi, di Dario Fo, della sorella di Valpreda e dell’anarchico Di Cola. Leggendo quelle righe il pensiero mi è tornato a quei giorni, alle nostre chiacchierate, all’affetto che ho provato per te e per la tua generosità nel venire sino a quel lontano paese per sostenere la mia richiesta di asilo politico e aiutarmi a far conoscere agli svedesi l’obbrobrio in cui il potere statale ci aveva precipitato accusandoci, assolutamente estranei, di essere gli ideatori ed esecutori di quella tragica corona di bombe che provocò lutto e sgomento in quel maledetto venerdì 12 dicembre 1969. Avevo pensato di scrivervi per mandarvi il documento e rinnovare la mia gratitudine e il mio affetto per voi.

Invece, leggendo sull’Espresso l’intervista che Roberto Di Caro ha fatto a te e Franca, in cui sostieni che tu avevi saputo che Calabresi non si trovava nella stanza da cui “precipitò” Pinelli, sono rimasto talmente sorpreso e addolorato che ho deciso di scrivervi pubblicamente, ma di tutt’altro, visto che nessuno sembra avere il coraggio di farlo.

Caro Dario, devo dirti che mi hai sorpreso perché non immaginavo che tu fossi una persona che potesse avere comportamenti sleali e, permettimi, anche disonesti. Sleale perché – se quanto dici fosse vero – hai taciuto un elemento importantissimo per la ricostruzione degli ultimi attimi di vita del nostro caro compagno Pino Pinelli. Disoneste perché, in questo caso, pur sapendo questa “verità”, quella della supposta estraneità di Calabresi, hai continuato a rappresentarlo come assassino e dunque saresti complice del linciaggio morale di un innocente. Sempre se quanto scritto risultasse fedele a ciò che hai detto e se la tesi che sostieni fosse vera. Cosa tutta da dimostrare (non so se c’è ancora qualche avvocato in vita che possa confermare o confutare quanto sostieni) .

Come ben sai le parole hanno un peso e allora mi permetto di esaminare le tue (quelle virgolettate pubblicate dall’Espresso) e cercare di confutarle. Sostieni “…Che il commissario Calabresi non fosse nella stanza quando Pinelli precipitò dalla finestra del quarto piano della Questura, Franca e io lo abbiamo saputo durante il processo Calabresi-Lotta Continua, ce lo hanno assicurato gli avvocati del giornale. Sono andato in crisi, per questo. Era già uscita la prima versione di “Morte accidentale di un anarchico….”. Bene. Anzi male, perché a questo punto ti chiedo di avere il coraggio delle tue parole e di raccontate tutto di questo episodio, voglio i nomi degli avvocati che ti hanno raccontato questo e, soprattutto, vorrei che raccontassi anche a noi da dove nasceva e in base a quali dati di fatto, questo convincimento, anzi certezza (ci hanno “assicurato”), di questi avvocati. Perché, vedi, hai dimenticato di dire che vi è la testimonianza, confermata anche al processo di cui sopra, del compagno Pasquale Valitutti che smentisce Calabresi (che ha detto che era andato nella stanza di Allegra) e che la difesa del commissario non ha neanche ritenuto di dover controinterrogare. Testimonianza che dal primo giorno ad oggi non è mai mutata di una virgola. Testimonianza che è suffragata addirittura dalle parole di Allegra che indicano in Calabresi l’autore dell’interrogatorio “tranquillo”, sì, tanto tranquillo da finire nell’assassinio di Pino!  Vuoi forse farci credere che avvocati di L.C. avrebbero chiamato sul banco dei testimoni, perche il compagno Valitutti non era lì per caso ma in veste di testimone, una persona pur sapendo che mentiva? Ci vuoi forse dire che Valitutti mente? Visto che hai detto queste parole ora non puoi vigliaccamente tirarti indietro e non dire tutto fino in fondo. Io, noi anarchici, non abbiamo paura della verità, anzi la andiamo cercando testardamente da 43 anni.

Il tuo genio e la tua fantasia sono a tutti ben note, quello che non riesco bene a capire è al servizio di chi oggi le metti, quando nella tua veste di autore e sceneggiatore arrivi a dare un giudizio sbalorditivo – pur premettendo di non aver conosciuto Calabresi e Pinelli – perché ritieni veritieri, nel film di Giordana, i dialoghi tra questi due. Dici che “…li sento veri, rappresentati nella loro dimensione umana. I dialoghi di cui c’è documentazione sono corretti, lo so perché ho studiato per anni le carte, quelli ricostruiti funzionano perché sono credibili

Finchè parli di dialoghi “credibili” in una finzione scenica passi pure, è il tuo campo. Ma Pinelli e Calabresi erano persone reali, non personaggi di fantasia di uno sceneggiato. Quei dialoghi, quel tipo di rapporto umano tra un persecutore ed un perseguitato, tra un commissario ed un anarchico, non esistono e non potevano esistere. Non so quali “carte” tu abbia letto (quelle del copione? Quelle scritte da Cucchiarelli?), ma di una cosa sono certo: che le poche parole di Pinelli sono quelle che si trovano nell’interrogatorio del 15 dicembre 1969 (ma un interrogatorio può essere considerato un… “dialogo”!) mentre il resto del “dialogo” è solo frutto delle rappresentazioni difensive (e offensive) del commissario finestra, alias Calabresi. E’ vero che il tuo mestiere è la comicità, ma in questo caso di cosa stai parlando, non hai paura di sprofondare nel ridicolo?

Per passare dalla finzione alla realtà riporto alcune righe scritte dagli avvocati Marcello Gentili e Bianca Guidetti Serra (difensori di Pio Baldelli, direttore responsabile di “Lotta Continua”, nel processo contro di lui intentato da Calabresi) scritte nella loro memoria difensiva del 1975 al giudice istruttore D’Ambrosio (quello che ha indagato sulla morte di Pinelli senza prendersi il disturbo di sentire l’unico testimone – Valitutti – che non fosse incriminato per la morte dell’anarchico nonchè geniale inventore dell’unico caso al mondo di “malore attivo”, per giustificare il volo dalla finestra della Questura di Pinelli) che meglio di tante parole dimostrano il clima di quegli anni, le manovre per addomesticare i processi e quali fossero le vere relazioni tra i due: “…Più in particolare, non si è indagato sulle minacce fatte a Pinelli alcuni mesi e perfino pochi giorni prima della strage, attraverso i testi già uditi nel dibattimento del processo contro Baldelli e gli altri più volte indicati, e richiesti dallo stesso Procuratore Generale il 10 gennaio 1973. Si è giunti all’assurdo di ascoltare due volte come teste Ivan Guarneri: colui che aveva riferito della minaccia a Giuseppe Pinelli di “incastrarlo per bene, una volta per sempre”, rivoltagli pochi giorni prima del 12 dicembre dal dirigente dell’ufficio politico, quasi che questi fosse a conoscenza di quanto stava avvenendo. Sentendolo non su questo punto, ma sull’alibi di Pinelli. E così si sono disattese le nostre istanze, da quella del 2 novembre 1971 all’ultima del 6 dicembre 1974. (…).

E nella memoria difensiva dell’avvocato Carlo Smuraglia (rappresentante la vedova Pinelli) possiamo leggere: “…. Ma il fatto è che una serie di considerazioni del P. G. si distruggono da sole e non hanno bisogno di confutazione. Ci limiteremo a rilevare come nella requisitoria si segua pedissequamente l’impostazione difensiva del principale difensore degli imputati e, talvolta, lo stesso contenuto dei rapporti giudiziari redatti dal Dott. Allegra. E già questo è rivelatore di una presa di posizione apodittica, prima ancora che ancorata a dati obiettivi ed a sicure emergenze processuali.

Né ci soffermeremo sul fatto che per il P. G. le deposizioni di alcuni testi sono sospette solo perché si tratta di anarchici, mentre si dà pieno credito a coloro il cui interesse nel processo – per essere indiziati o imputati – è più che evidente, tanto che perfino le loro contraddizioni vengono addotte a prova di spontaneità!

La presa di posizione di partenza del P. G. è tale che egli ammette che ci sono imprecisioni, discordanze, contraddizioni, che il rapporto iniziale fu superficiale e leggero (da notare che c’era di mezzo un morto e in quali circostanze!), che ci furono errori ed illegalità per quanto riguarda il fermo di Pinelli, ma da tutto questo che cosa deriva? Neppure l’ombra del sospetto, neppure un indizio, nulla, anzi la prova della buona fede dei prevenuti.

Su queste basi, non c’è contraddittorio, non può esservi confronto e dibattito di idee. C’è solo una tesi cui si vuol credere a tutti i costi e che da tutti viene avallata, perfino dagli argomenti decisamente contrari.

Ci sono obiezioni di illustri consulenti di parte? Non se ne tiene conto, perché si tratta di persone rose dal tarlo della politica o dedite alle esercitazioni accademiche.

Si parla di minacce al Pinelli? E che rilievo possono avere, se si tratta solo di – più o meno amichevoli – “esortazioni”?

Pinelli fu fermato illegalmente? Ma che diamine, c’erano elementi fortemente indizianti e perfino una notizia confidenziale che lo dava per implicato in traffici di esplosivi.

Le norme sul fermo non furono applicate rigorosamente? Ma anche questo si spiega con l’eccezionalità della situazione, con l’avallo dei superiori e nientemeno – col consenso delle persone fermate, tutte pronte a collaborare nelle indagini.

Fu fatta un’irregolare e illegittima contestazione al Pinelli? Sciocchezze, piccoli trucchi di mestiere inammissibili per un Magistrato, ma spiegabili e pensabili per un funzionario di pubblica sicurezza. (…).

Dopo aver letto quanto sopra riportato, ti chiedo se davvero credi ancora che siano “corretti” i dialoghi tra Pinelli e Calabresi che Giordana ci propone nel suo film?

Caro Dario e cara Franca, voglio credere che quell’intervista sia il canovaccio di una vostra farsa e che presto ci direte che avete scherzato. Nel frattempo abbiate il pudore di tacere su cose che non sapete e di chiedere scusa ai vostri spettatori, di allora e di oggi, (a noi anarchici non servono, siamo abituati a sentire favole su di noi) per quello che avete detto. Abbiate il buon senso di non farvi portavoce delle parole assolutorie e bipartisan di presidenziale memoria e non prestarvi al gioco di chi vuole riscrivere la storia.

Giù le mani da Pino Pinelli!

Ieri come oggi la verità è una sola, quella scritta in mille muri e gridata in mille manifestazione: Calabresi assassino, Pinelli assassinato, la strage è di stato!

Enrico Di Cola

Sottoscrivo e mi associo quale persona implicata nei fatti: Roberto Gargamelli

A rivista anarchica n234 Marzo 1997 Rimozione e rivoluzione. La condanna e la detenzione di Bompressi, Pietrostefani e Sofri riguarda tutti noi. di Carlo Oliva

30 ottobre 2011

La condanna e la detenzione di Bompressi, Pietrostefani e Sofri riguarda tutti noi. Se infatti sono finiti come sono finiti è perchè…

Mi permettano i lettori di cominciare, una volta tanto, con una confessione personale. Provo un certo imbarazzo, una specie di riluttanza che solo la cortese richiesta della redazione mi ha spinto a superare, ad occuparmi della nota sentenza della Corte di Cassazione che ha segnato la condanna definitiva e la successiva incarcerazione dei miei ex compagni Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. E’ un argomento che, in un modo o nell’altro, mi mette in difficoltà. Sarà perché in quella brutta storia mi sono sempre sentito coinvolto personalmente, nel senso che ho fatto parte anch’io di Lotta Continua, e fino alla fine, e non ho mai avuto motivi di deprecare quella mia scelta, di cui continuo, anzi, a sentirmi piuttosto orgoglioso. Sarà perché, nonostante questo, non sono mai riuscito a riconoscermi in quella che i giornali definiscono, a volte, la “lobby” di Lotta Continua, i Boato, i Liguori e gli altri compagni di un tempo che dalle posizione di rilievo che oggi ricoprono nel mondo politico e giornalistico intervengono spesso a difendere la loro (e mia) esperienza passata: di quasi tutto costoro, in effetti, non mi piacciono né le posizioni che occupano né gli argomenti che di solito impiegano. E se questi, in fondo, sono problemi personali, c’è anche qualcosa di più. Non credo di essere stato l’unico ad avere avuto la strana impressione che nell’emozione sincera, sacrosanta, che la pronuncia della Cassazione, con tutte le sue assurdità, ha suscitato nel paese ci fosse qualcosa che non andava. Come se essa fosse in sé stessa la testimonianza del fatto che vent’anni di dibattito sulla giustizia, sulla criminalizzazione della lotta politica, sul garantismo, sulla logica coercitiva con cui lo stato si è ostinato (e si ostina) ad affrontare i movimenti antagonistici, siano stati più o meno inconsapevolmente rimossi.

Che senso ha, per esempio, sottolineare le contraddizioni e menar scandalo dei controsensi che si ritrovano in tanta abbondanza nelle accuse di Marino? É vero, Marino ne ha detto di tutte: ha fatto splendere il sole quando pioveva, ha collocato a Pisa delle persone che erano da tutt’altra parte, ha fatto partecipare dei latitanti a un pubblico comizio, ha sbagliato il colore dell’auto e la direzione in cui è fuggita e così via, ma tutto questo, in sostanza, non inficia i motivi per cui i giudici, a quanto pare, gli hanno creduto. Motivi che si identificano solo e soltanto nel suo status di pentito. Perché non dobbiamo lasciarci fuorviare da quanto è scritto nei codici sulla “coerenza” e i “riscontri” necessari perché sia data fiducia alle chiamate di correità. Sono belle parole, ma di fatto è da vent’anni che qualcuno ha deciso una volta per tutte che ai pentiti bisogna credere sempre, che buona parte della magistratura, non saprei dire in base a quali considerazioni, ha interiorizzato la convinzione di non avere altre possibilità, altri strumenti o altre capacità con cui risolvere i casi che le vengono proposti se non attraverso questi suoi malinconici “collaboratori”.

Dopo venti anni, non è cambiato niente. Anzi, oggi nessuno è sicuro di fronte a un pentito, nemmmeno se è stato quarant’anni al governo. Chi ha assistito alle trasmissioni televisive che sono state dedicate al caso, avrà notato l’accanimento con cui i vari Vigna e Caselli, con qualche distinguo non particolarmente significativo, difendevano il meccanismo delle leggi premiali. Quel meccanismo, ricorderete, che è stato innestato in nome della necessità di stroncare la lotta armata, è stato rafforzato e istituzionalizzato perché bisognava farla finita con la criminalità organizzata e ha finito per improntare delle sue contraddizioni buona parte della prassi giudiziaria. Niente di strano che si applichi, oggi, a delle persone che, pur imputate di un reato di sangue, con la lotta armata o con la criminalità organizzata non hanno evidentemente nulla a che fare.

A Marino si è credutosi come si è creduto ai Fioroni, ai Peci, ai Sandalo, ai Barbone, ai Savasta (se questi nomi dicono ancora qualcosa a qualcuno): personaggi su cui mi permetto di non esprimere giudizi, ma nelle cui dichiarazioni scarseggiavano i riscontri ma non certo le contraddizioni e le implausibilità e a cui si è creduto soprattutto perché raccontavano agli inquirenti (in senso lato) quello che costoro desideravano sentirsi raccontare.

Cose vecchie, forse. Ma non tanto vecchie da impedire che oggi nelle prigioni italiane, oltre ai miei tre ex compagni di Lotta Continua, ci siano, se non mi sbaglio, almeno altri 220 prigionieri politici di vecchia data (di cui 93 condannati all’ergastolo) che hanno scontato mediamente 17 anni di carcere (per non dire di quelli che sono ancora costretti all’esilio e di quelli che in esilio e di esilio sono morti). E tutti ricordiamo il terribile zelo con cui per vent’anni la classe politica, con pochissime eccezioni, ha fatto muro contro le timide, ma ricorrenti proposte di dare una qualche “soluzione politica” ai loro casi. Anche l’ultima, moderatissima, proposta (quella di una legge di indulto), che all’inizio della legislatura sembrava avere qualche possibilità di successo, oggi sembra aver fatto definitivamente naufragio. In compenso molti, compresi molti di quelli che si sono sempre virtuosamente opposti a ogni proposta di amnistia, chiedono la grazia per Sofri, Bompressi e Pietrostefani (che hanno dichiarato, con molta dignità, di non volerla): lo fanno, evidentemente, perché considerano il loro caso diverso da quello degli altri, in qualche modo più scandaloso. Ma lo fanno anche perché la grazia, con il suo carattere di eccezionalità e, appunto, di “gratuità” è un buon mezzo per chiudere una volta per tutte un episodio che potrebbe ridestare il classico can che dorme, richiamando l’attenzione su cose che si preferirebbero morte e sepolte. Non sarà un caso se è d’accordo anche qualcuno che la condanna l’ha voluta e, si vocifera, persino qualcuno che l’ha pronunciata. Non credo che si possa condividere questa logica: personalmente non sono di principi tanto rigidi da sostenere che sarebbe meglio tenere i miei ex compagni in galera piuttosto che ricorrere a uno strumento così peloso, ma è ovvio che la via da seguire dovrebbe essere altra. Ma non è questo il punto. Il punto è che non bisogna dimenticare che il problema non riguarda solo loro e non può essere risolto solo per loro.

E poi, naturalmente, c’è un altro motivo per cui tanti pur nobili discorsi che si fanno su questa brutta faccenda non riescono a convincere fino in fondo. I tre condannati evidentemente, non sono visti dall’opinione pubblica come persone pericolose. Sono ovviamente diversi da com’erano quando sono stati commessi i fatti di cui sono stato accusati. Questo rafforza, anche dopo la condanna, una certa presunzione di innocenza. Ma io non credo che vadano considerati innocenti. Mi spiego: sono sicurissimo che non hanno avuto nulla a che fare con l’assassinio del commissario Calabresi, non dubito che i fatti di cui il pentito li ha accusati non li abbiano commessi. Ma questo non significa che siano innocenti. Hanno comunque una colpa grave, che non gli è stata perdonata e che spiega l’accanimento di cui sono stati oggetto. Hanno cercato, a suo tempo, di cambiare la società in cui vivevano, non hanno accettato la logica che la reggeva (e la regge), le gerarchie che vi vigevano, le procedure e le modalità di intervento che esse avevano predisposto. Hanno cercato, come si diceva con qualche pomposità, di “fare la rivoluzione”. E, soprattutto, non ci sono riusciti, che è, in ultima analisi, il motivo per cui sono finiti come sono finiti.

Certo, in questo dissennato proposito non erano i soli (nel qual caso non avrebbero dato noia a nessuno): erano – anzi, eravamo – in parecchi. Ma non potevano condannarci tutti, naturalmente. E non ce n’era neanche bisogno. Le condanne politiche, quali che siano i fatti (o i pretesi fatti) in nome di cui vengono irrogate, hanno sempre una forte valenza simbolica, non riguardano soltanto chi viene occasionalmente spedito in galera o al patibolo, ma chiunque abbia un motivo qualsiasi per identificarsi in lui. Ma se sui condannati (sugli sconfitti) ricade la “colpa” del tentativo compiuto, anche chi li condanna ha le sue brave responsabilità. Chi vince vince: il mondo che si ritrova per le mani è quello che ha voluto lui. Be’, si guardino intorno, i vincitori di oggi. Prendano buona nota della ferocia e della fatuità che dominano la nostra (e la loro) vita e si vergognino.

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Senza riscontri effettivi

(comunicato stampa emesso subito dopo la sentenza)

Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani sono stati definitivamente condannati a 22 anni di carcere, mentre il loro accusatore e reo confesso, Leonardo Marino, è libero.

Tutta l’attenzione si concentra su quelle condanne che peraltro appaiono palesemente e iniquamente immotivate perchè basate unicamente sulle incongrue dichiarazioni di un personaggio assai dubitevole.

La logica appare ovvia: si doveva dopo 25 anni, chiudere anche questa pagina di storia italiana ridando forza alle verità dei pentiti. Figure oggi messe sempre più in discussione.

Ma quello che ci preme sottolineare è il silenzio calato sull’opera di Luigi Calabresi, commissario di polizia.

Sembra che la morte di Calabresi abbia cancellato le sue responsabilità come protagonista della repressione a senso unico, contro gli anarchici, dopo le bombe del 12 dicembre 1969 che costarono 16 morti e 100 feriti. Quelle indagini a senso unico hanno permesso che i responsabili della strage restassero impuniti.

Così come è rimasta impunita la responsabilità della morte di Giuseppe Pinelli, volato dal quarto piano della questura milanese nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, cioè mentre Calabresi lo deteneva illegalmente.

Per la morte di Pinelli e delle 16 vittime di Piazza Fontana non ci sono responsabili, ma per la morte di Calabresi lo stato non poteva permettersi di tenere ancora aperta la partita. Da lì nasce la necessità di condannare, senza riscontri effettivi, tre ex militanti della sinistra rivoluzionaria.

“A rivista anarchica”

Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa

“Volontà”

Centro Studi libertari Giuseppe Pinelli