Posts Tagged ‘Guido Calvi’

11 ottobre 1972 SID Appunto su iniziativa pro Valpreda a Stoccolma

19 aprile 2013

(Nota: notizia piena di inesattezze sui partecipanti, esilarante la nota su “…un non meglio noto Amnesty International”. Per i più giovani va detto che nei primissimi anni ’70 AI in Italia non era riconosciuta e suo rappresentante era un compagno libertario)  )

 

11 ottobre 1972 SID Appunto su iniziativa pro Valpreda a Stoccolma

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Lotta Continua 18 marzo 1971 Perchè il dott. Cudillo si rifiuta di conoscerlo? Stefano Galatà capo dei volontari del M.S.I. di Catania

4 ottobre 2012

Lotta Continua 18 marzo 1971 Stefano Galatà Sul numero scorso abbiamo scritto che era a disposizione del dott. Ernesto Cudillo, giudice istruttore del processo Valpreda, la foto dello squadrista fascista Stefano Galatà, responsabile dei «Volontari del MSI» per Catania e provincia.

Gli avevamo suggerito di chiedercene copia per mostrarla allo studente tedesco Udo Lemke: testimone volontario sugli attentati del 12 dicembre ’69; arrestato un mese dopo la deposizione in seguito alla provvidenziale scoperta, sotto il letto della sua stanza d’albergo, di 10 Kg. d’hascisch (per chi non lo sapesse il nucleo anti-droga dei carabinieri romani è diretto dal capitano Servolini, intimo amico di Giorgio Almirante); condannato senza la minima prova a tre anni di reclusione su richiesta del P.M. Vittorio Occorsio; inviato a Regina Coeli nella stessa cella di Mario Merlino e infine trasferito, nel settembre scorso, alla clinica neuropsichiatrica di Perugia.

Eravamo curiosi di sapere se il Lemke avrebbe riconosciuto nel Galatà il giovane catanese di nome Stefano che 15 giorni prima della strage gli aveva proposto, assieme ad altri tre, di depositare una borsa contenente un ordigno esplosivo in un posto affollato, e da lui rivisto, alcuni minuti dopo l’attentato all’altare della patria, in piazza Venezia a Roma.

Dato che sino ad oggi la foto in questione non ci è stata richiesta; abbiamo deciso di pubblicarla ben sapendo che il dotto Cudillo è un attento e affezionato lettore di Lotta Continua. Cogliamo anzi l’occasione per preannunciargli un articolo sul «suicidio di stato» del colonnello Renzo Rocca, regente S.I.F.A.R. addetto ai contatti tra la Confindustria e le organizzazioni fasciste. Il caso era stato affidato, evidentemente per un disguido burocratico, della Procura della Repubblica, ad un altro magistrato, Ottorino Pesce: dopo due giorni gli è stato tolto d’ufficio e consegnato, per l’archiviazione, al dottor Cudillo. Il protagonista dell’articolo è proprio lui

  

In crisi la politica giudiziara del P.C.I. .

Terracini difenderà Valpreda?

 

Nell’imminenza del processo per gli attentati fascisti alla Fiera di Milano del 25 Aprile ’69, tre degli imputati anarchici – Faccioli, Braschi e Della Savia – hanno improvvisamente revocato i propri difensori, vicini alle posizioni della sinistra extra-parlamentare, e nominato tre avvocati del P.C.I.: Malagugini, Maris e Salinari. Contemporaneamente, a Roma, l’avvocato Guido Calvi – difensore di Pietro Valpreda e dirigente del PSIUP – fa sapere in giro che nel processo per la strage si farà probabilmente affiancare dal presidente del gruppo parlamentare del P.C.I., avvocato Umberto Terracini.

Da molti mesi sono ormai esclusivamente militanti rivoluzionari a subire fermi, arresti, denunce e processi ed è molto imbarazzante, per i revisionisti, spiegare alla classe operaia il perché di un attacco repressivo così massiccio contro quegli stessi elementi che gli editoriali dell’Unità accusano sistematicamente di «collusione con il padronato». A questo si aggiunge il progressivo esautoramento degli avvocati del P.C.I. da processi che offrono sempre meno pretesti per ipocrite e paternalistiche esibizioni di «garantismo democratico» e si trasformano, ogni giorno di più, in occasioni per sputtanare la macchina giudiziaria borghese.

Le preoccupazioni dei revisionisti sono quindi più che giustificate  la manovra in atto a Roma e Milano rientra nel tentativo di assicurarsi la gestione dei due più importanti processi politici dell’anno; tanto più che – specialmente dal processo Valpreda – potrebbero venir fuori particolari imbarazzanti sulle collusioni tra P.C.I. e apparato statale nel coprire i veri responsabili della strage. Meglio quindi cercare di «starci dentro».

Spazzali e Calvi: lingua lunga e memoria corta Enrico Di Cola (ex circolo 22 Marzo)

30 aprile 2012


Ci è recentemente capitato di assistere alla trasmissione televisiva ”L’inchiesta” curata da  Maurizio Torrealta su Rainews. Gli  ospiti in studio erano gli avvocati Guido Calvi e Giuliano Spazzali, il magistrato Guido Salvini e Carlo Arnaldi dell’Ass. familiari vittime Piazza Fontana che discutevano  del libro di Cucchiarelli, del film di Giordana e dell’attinenza o meno di questo ai fatti.

http://www.youtube.com/watch?v=73wXdcMVHvU&feature=player_embedded

Ovviamente assente chi di quei fatti fu protagonista e vittima diversa dai morti e dai feriti, ma comunque vittima.

Copione ed ospiti sono sempre gli stessi. Dopo tanti anni ognuno continua a  ripetere le stesse cose senza curarsi di andare a rileggere almeno qualche atto per rinfrescarsi la memoria, cosa che sarebbe utile vista l’età dei convenuti. D’altronde ormai l’importante è raggiungere la pacificazione (della mente) e poco importa se si dice qualche strafalcione o se non ci si cura di rettificare le inesattezze degli altri ospiti.

Non avremmo ritenuto necessario intervenire se non fosse che i due legali presenti furono i nostri avvocati difensori e che il programma di Rainews è finito  su youtube moltiplicando all’infinito, a “futura memoria”, le stupidaggini dette.

Non ci interessa discutere delle tesi o delle opinioni degli intervenuti, ognuno è libero di pensare o credere a ciò che vuole. Quello che ci interessa è contestare la validità delle affermazioni che l’avvocato Spazzali ha fatto su di noi, proprio per il peso che possono assumere, in quanto essendo stato un nostro difensore si presuppone abbia raccolto le nostre “confidenze”.

Veniamo subito al punto.

Durante la trasmissione il conduttore dice  a Spazzali: ”Lei si è occupato del circolo del Ponte della Ghisolfa e, almeno nel film, si vede che c’erano parecchi infiltrati. Lei si ricorda appunto che una delle caratteristiche di questo circolo era quello di essere pesantemente infiltrato da membri della destra eversiva? ”

Probabilmente- risponde l’avvocato – anche il circolo della Ghisolfa. Ma in realtà la vera infiltrazione c’era stata nel circolo 22 marzo di Roma, quello frequentato da Valpreda. Supponiamo che quel circolo avesse sette membri beh, almeno quattro erano fra poliziotti, carabinieri, confidenti di vario titolo del SID.

La questione dunque dell’infiltrazione apparve abbastanza rapidamente ed il primo ad accorgersene di questa infiltrazione guarda caso fu proprio Pinelli che aveva un rapporto non buono bisogna dire con Valpreda.  Valpreda non c’entra niente con la strage, Valpreda non ha messo le bombe, sicuramente è così. Tuttavia Valpreda agli occhi di Pinelli non era certamente il migliore  e più sobrio degli anarchici nel senso che frequentava un circolo con il quale il Pinelli non aveva rapporti particolarmente buoni.

Spazzali non smentendo un dato certo e documentato, e cioè che non era assolutamente vero che il circolo della Ghisolfa fosse “pesantemente infiltrato da membri della destra eversiva”, alimenta di fatto il sospetto nei confronti di un circolo che non merita di essere insultato con questo marchio di ambiguità. L’unico elemento ambiguo che era passato qualche volta per il Ponte,  era il Sottosanti che non era membro del circolo, ma lo frequentava solo in quanto testimone a discarico di un compagno accusato di un attentato che non aveva commesso.

Certa è invece la presenza nel circolo di un anarchico –  Enrico Rovelli, alias “Anna Bolena” – “convertito”  per soldi al lavoro di infame e spia al servizio sia dell’Ufficio Affari Riservati che del commissario Calabresi. E’ questo il personaggio che indirizzerà le indagini di polizia contro Pinelli.

Se Spazzali avesse ricordato il ruolo giocato da Rovelli nella trappola che portò alla morte di Pinelli avrebbe potuto dare un interessante contribuito alla storia e alla verità.

Spazzali, dopo aver alzato le spalle e non risposto alla domanda del giornalista, si getta invece a capofitto nella diffamazione del  circolo romano 22 marzo. Sostiene infatti che fosse un circolo formato da sette membri (ma li ha mai letti gli interrogatori della ventina di compagni del circolo,  di alcuni dei quali fu anche avvocato difensore?) e di questi sette membri …ALMENO quattro erano poliziotti, carabinieri e confidenti del SID!!

E’ vero, e non ne abbiamo mai fatto mistero, che nel circolo 22 marzo,  come in TUTTI i gruppi e partiti della sinistra dell’epoca (compreso quello frequentato allora dal nostro esimio avvocato), vi fossero degli infiltrati (fascisti o dei servizi poco importa). Nel nostro caso vi era il fascista e provocatore Merlino. Costui si era presentato a noi come un ex fascista.  Ignoravamo che mantenesse contatti e passasse informazioni su di noi al suo capo Stefano Delle Chiaie.  A questo proposito, cioè del passaggio di ex fascisti a sinistra, non dovrebbe mai essere dimenticato  – soprattutto da chi ha vissuto attivamente la politica di quegli anni – che con il vento del ’68 furono centinaia, forse migliaia, i giovani di destra che acquisirono coscienza politica e di classe e che si collocarono in modo definitivo e senza ripensamenti, nel campo della sinistra. Come si sa il nostro caso non fu questo, ma noi non avevamo elementi per dubitare della “buona fede” della conversione di Merlino. Non dovrebbe neppure essere dimenticato che Merlino, prima di arrivare da noi, era passato per DIVERSI  gruppi della sinistra marxista leninista,  che lo avevano accolto e lo avevano allontanato solo DOPO che questi aveva svolto azioni  di provocazione ed era stato scoperto. Naturalmente nessuno di questi gruppi aveva denunciato pubblicamente l’infiltrazione subita e così facendo gli avevano permesso di  proseguire il suo percorso di provocatore.

L’altro infiltrato (che avevamo trovato e poi ereditato da un circolo anarchico tradizionale come il Bakunin della FAI) era il poliziotto Salvatore Ippolito, alias  “Andrea Politi”.

Stando così le cose, chiediamo a Spazzali  di fare i nomi e cognomi degli altri presunti infiltrati o confidenti che sarebbero stati tra di noi e se non è in grado di farlo ci chieda pubblicamente scusa per averci diffamato.

Spazzali sostiene anche che il primo ad accorgersi di questa  “pesante infiltrazione” del circolo 22 marzo fosse stato proprio Pinelli e che per questa ragione non considerava Valpreda  il migliore  e il più sobrio degli anarchici nel senso che frequentava un circolo con il quale il Pinelli non aveva rapporti particolarmente buoni.

Qui Spazzali entra nel campo della fantasia. Ci dovrebbe infatti spiegare come avrebbe potuto  Pinelli (“il primo ad accorgersi..”) scoprire la presenza di infiltrati in un circolo che si trovava a 600 chilometri di distanza, circolo che mai aveva visto o frequentato. Dei membri del 22 marzo Pinelli, oltre al milanese Valpreda, aveva conosciuto solo altri tre compagni, incontrati a Milano ed Empoli, cioè Di Cola, Gargamelli e Bagnoli,  e non ci sembra proprio che tra questi ci siano gli infiltrati.

Ma ancora più incredibile in questa “ricostruzione” del nostro  avvocato è che arriva  a capovolge tutte le cose dette e teorizzate fino ad oggi: cioè che Valpreda sarebbe stato in qualche modo malvisto da Pinelli perché….frequentava il 22 marzo!!!  Ma stiamo scherzando, non era stato forse Valpreda uno dei fondatori del circolo che prima del suo arrivo ancora non esisteva?!

L’avvocato difensore degli anarchici nel processo per Piazza Fontana dovrebbe essere a conoscenza del fatto che Pinelli del circolo 22 marzo doveva in qualche modo fidarsi se gli inviava materiali anarchici tra cui il bollettino di crocenera anarchica? (agli atti ci sono testimonianze in tal senso)

A Spazzali vogliamo quindi rivolgere un appello: se non ricorda o non sa le cose è meglio che taccia piuttosto che dica fesserie che, purtroppo, pesano più di quelle dette da altri in quanto fu il nostro avvocato e qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che parla a nome nostro.

Per concludere,  speriamo definitivamente, questo “capitolo della diffidenza” – che abbiamo già spiegato ab nauseam –  ricordiamo ancora una volta quello che è veramente accaduto. E’ vero che vi era stata della diffidenza  di Pinelli verso Valpreda. Questa diffidenza fu causata da una frase, inserita ad arte dai questurini milanesi, nel verbale di un giovane compagno che sotto botte e minacce lo aveva firmato. Questa frase aveva fatto sospettare che Valpreda potesse essere un “canterino”, cioè uno che parlava troppo con la polizia. E’ la stessa frase che poi Pinelli scriverà nelle lettere inviate ai compagni anarchici Pio Turroni e Aldo Rossi.  In esse non parlò certo  di infiltrati, di fascisti o di un Valpreda “bombarolo”.

Non crediamo sia troppo azzardato ipotizzare che tutta questa storia delle diffidenze tra Pinelli e Valpreda – ricordiamolo, create ad arte dalla polizia – avessero lo scopo di dividere gli anarchici, di isolare il circolo 22 marzo. Isolamento  che doveva servire per evitare che – una volta scoppiate le bombe – ci potesse essere un movimento di solidarietà con gli arrestati. Arrestati che probabilmente erano stati predestinati a restare sepolti vivi nel carcere per coprire la mano degli assassini di stato.

Non neghiamo che vi fu uno sbandamento iniziale, anche tra i compagni anarchici, sbandamento dovuto alle “voci” e al veleno buttato al loro interno per far scattare questa micidiale trappola. Si persero giorni e settimane preziose prima di poter dissipare ogni dubbio sulla nostra innocenza e ricompattare tutto il movimento anarchico sulla battaglia per la nostra liberazione.

A distanza di 43 anni sarebbe opportuno che questi dati di fatto siano una volta per tutte acquisiti almeno nella memoria collettiva dei compagni  e che si parta da qui, magari, per cercare di comprendere meglio gli avvenimenti che ne seguirono.

Se ci siamo indignati per quello che ha detto Spazzali, non siamo certo rimasti indifferenti al silenzio di Guido Calvi, l’avvocato di Valpreda, che non ha corretto Spazzali sulle cose che oggi siamo stati costretti a scrivere. A lui rivolgiamo anche un appello affinché – dopo aver taciuto per 43 anni – oggi parli. E non si tratta di cose piccole o leggere da spiegare.

Vediamo di cosa si tratta. Prendiamo il seguente testo da Wikipedia ma lo potremmo prendere da molte decine di altri siti web o libri “In data 19 dicembre 1969 Sergio Camillo Segre ad una riunione del Pci, presente Berlinguer riferisce che Guido Calvi – allora avvocato d’ufficio di Valpreda ed iscritto allo Psiup (Partito Socialista Italiano di Unità proletaria n.d.a ) , aveva svolto una sua indagine tra gli anarchici; Segre riporta quanto dettogli da Calvi: “L’impressione è che Valpreda può averlo fatto benissimo. Gli amici hanno detto: dal nostro gruppo sono stati fatti attentati precedenti. Ci sono contatti internazionali. Valpreda ha fatto viaggi in Francia, Inghilterra, Germania occidentale. Altri hanno fatto viaggi in Grecia. Alle spalle cosa c’è? L’esplosivo costa 800 mila lire e c’è uno che fornisce i quattrini. I nomi vengono fatti circolare. 

In quel momento, dunque, persino l’avvocato Guido Calvi non era convinto dell’innocenza di Valpreda e pensava di rimettere il mandato (questo si ricava dalle dichiarazioni di Sergio Segre alla direzione nazionale del Pci del 19 dicembre 1969, Archivio dell’Istituto Gramsci di Roma, bobina 006, pp.2298-2332, ftg 466).

Se Calvi avesse avuto dei dubbi, più che legittimi ovviamente, su l’assumere o meno la difesa di Valpreda la cosa non ci riguarda più oggi. Quello che invece ci riguarda è sapere se quanto riportato da Segre in direzione nazionale del Pci corrisponda o meno al vero.

Se è falso chiediamo a Calvi  di dirlo ufficialmente.

Se invece quelle parole fossero vere allora Calvi deve dirci, sempre pubblicamente perché di chiacchiere al “buio” stile cospiratori ne abbiamo piene le scatole e non temiamo la verità:

1- quale indagine avesse condotto e tra quali anarchici. Ricordiamo che il 19 dicembre tra fermi ed arresti c’erano ben pochi compagni anarchici romani in libertà. Di chi (nome e cognome, please!) era l’impressione che Valpreda potesse aver compiuto un atto tanto aberrante.

2- Chi sono gli “amici” che gli avrebbero detto che dal “nostro gruppo” (quale gruppo?) sarebbero stati fatti “attentati precedenti”. E quali sarebbero stati questi attentati.

3- Chi sarebbero gli “altri” – oltre al Merlino – ad aver fatto viaggi nella Grecia della dittatura dei colonnelli?

4- Da dove esce fuori il “tariffario” del costo degli esplosivi?

5- Chi sarebbe stata la persona che “fornisce i quattrini?

6- Ci dica quali sono i nomi che venivano “fatti circolare”.

Noi attendiamo una risposta su queste cose.

Lo abbiamo già detto: non permetteremo più a nessuno di parlare a nostro nome e non lasceremo più senza risposta questioni che riguardano la nostra storia. Lo dobbiamo al movimento anarchico e libertario e ai giovani  di oggi e di domani. Ma ancor di più lo dobbiamo ai compagni che ci hanno lasciato e non possono più difendersi.       n

Enrico Di Cola (ex circolo 22 Marzo) 

Europeo 2 marzo 1972 Valpreda. Ritratto di un imputato intervista a Guido Calvi di Enzo Magrì

8 ottobre 2011

L’uomo che compare davanti ai giudici sotto l’accusa di aver provocato la strage di piazza Fontana ha diviso in due l’opinione pubblica: innocente o colpevole? Cerchiamo di capire chi è veramente quest’uomo, e come due anni di carcere lo hanno trasformato, attraverso un colloquio con l’avvocato che lo ha visitato lungamente in prigione e ne ha raccolto le confidenze

 ROMA, febbraio

Pietro Valpreda è già davanti ai giudici della Corte d’assise. Com’è questo Valpreda? Non parlo di Pietro Valpreda dal punto di vista giudiziario, l’anarchico accusato di strage: di quello, ormai, se dovrà occupare la giustizia. Mi riferisco a Pietro Valpreda uomo. Personaggi così emblematici, e in momenti particolari, come quello che attraversiamo, finiscono, solitamente, per spaccare in due l’opinione pubblica di un paese come il nostro. Per cui c’è chi gli vuole mettere. a tutti i costi, una borsa con il tritolo in una mano e, dall’altra parte, per reazione, c’è chi gli affida una penna perché scriva poesie. Poi, magari, il vero Valpreda non è né l’uno né l’altro. Allora com’è il vero Valpreda? Una ragazza che lo conobbe prima che lo arrestassero per i fatti di piazza Fontana lo descrive così: “Un debole. Un debole per natura, dipendente dagli altri in tutto e per tutto: per un letto, per il cibo e per le sigarette». E conclude: «Sì, insomma, un uomo ricattabile». Un’altra ragazza ha detto, invece, di lui: «Era un idealista, incapace di fare male a una mosca. Un uomo assolutamente retto». Due giudizi contraddittori che possono anche combaciare con la figura di Valpreda nel periodo antecedente alla strage di piazza Fontana. Ma era veramente così Valpreda? E, ammesso che fosse veramente così, è rimasto tale e quale?

Quando Pietro Valpreda si presenta ai giudici della Corte d’assise ha alle spalle settecentottantaquattro giorni di carcere preventivo. Oltre due anni di prigione. Com’era Valpreda quando è entrato nel carcere e com’è adesso? È rimasto lo stesso o c’è stata una trasformazione psicologica? L’unica persona, oggi, in grado di rispondere a questo interrogativo, è l’avvocato Guido Calvi, il legale che, insieme col collega Nicola Lombardi, ha seguito Pietro Valpreda dal novembre 1969, un mese prima dello scoppio della bomba nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, fino a ora. Ed è a lui che ho posto questa domanda.

Avvocato Calvi, chi è, in realtà, psicologicamente, Pietro Valpreda?

Non è certamente un mostro. È un uomo.

Si, certamente, un uomo. Ma che tipo d’uomo, voglio dire.

È il tipo d’uomo che sembra fabbricato apposta perché, nei momenti necessari, gli si possa attribuire una strage.

Non capisco, avvocato Calvi.

Voglio dire che Pietro Valpreda, anarchico, anticonformista, sognatore, con qualche piccolo errore alle spalle, errore certo determinato dal sistema, corrispondeva perfettamente al tipo che nel 1969 qualcuno andava cercando per farne il capro espiatorio di un fatto mostruoso. Di una strage, appunto.

Ma perché proprio Valpreda?

Perché Pietro Valpreda, per un certo tipo di società, era l’ideale. Chi è Valpreda? È un uomo che nasce alla periferia di Milano, da una famiglia modesta. Come molti ragazzi del suo ceto, stenta a trovare un indirizzo per la sua vita.

Studia fino alla terza media in vari istituti religiosi, poi lascia la scuola e diventa cesellatore nella piccola officina di un parente. Sembra affascinato dalla scultura, si iscrive a una scuola d’arte, ma poi lascia tutto e decide di fare il ballerino. È la sua vera vocazione? Chi lo sa. È certo però che più tardi, parlando con Licia Pinelli, la moglie dell’anarchico morto alla questura di Milano, in seguito ai fatti di piazza Fontana, dirà: «Se non fosse stato per questo mestiere, ora sarei un balordo». Il mestiere del ballerino non viene considerato come un ideale di vita da un certo tipo di società. E in effetti neppure i genitori di Pietro Valpreda sono contenti quando lui comincia a frequentare le lezioni di un professionista della Scala. Ma Valpreda scopre nella danza la possibilità, direi fisica, di vivere in una maniera anticonvenzionale. E questo anche perché, ideologicamente, Valpreda ha già trovato un impegno politico: l’anarchia. Quest’idea germina a poco a poco. Prima è il socialismo che gli insegna il nonno materno, quindi i dibattiti e le polemiche nella cooperativa di piazza Segesta, a Milano, infine, l’abbonamento al giornale anarchico Il Libertario. Da qui a Bakunin, a Cafiero, a Malatesta, la strada fu assolutamente breve. Quando Pietro Valpreda comincia ad avere un certo «successo» come ballerino, di anarchia, di anarchia militante, ancora non si parla. Questa, semmai, viene dopo. Quando si stabilisce a Roma, quando entra nel mondo della contestazione studentesca. In quel periodo, Pietro Valpreda è già entrato nella trentina. Ha trentacinque anni. Per ogni altro uomo, quello dei trentacinque anni è un periodo di bilanci. Dei bilanci di una vita. Ma per Pietro Valpreda no. Prolunga una certa adolescenza, prosegue una certa goliardia, che certamente fa strabuzzare gli occhi al borghese che non concepisce altro sistema di vita se non la casa e l’ufficio, la macchina e il week-end. Per Pietro Valpreda, invece, quello è il modello di vita, sia pure ingenuo, diciamolo pure, dell’estrinsecazione dell’ideale dell’anarchia. C’è una frase che salta quasi sempre agli occhi nelle testimonianze allegate alle migliaia di pagine che formano il processo. Un tizio dice: «Incontrai Valpreda il quale mi chiese cinquecento lire per acquistare la benzina». Un altro sostiene: «Andai insieme con Valpreda a mangiare una pizza e lui non aveva soldi e pagai io». Un altro ancora afferma: «Quando lasciai Valpreda lui mi chiese mille lire per andare al cinema». Tutto questo è realmente vero. Valpreda, Pietro Valpreda, a modo suo realizzava un modello di vita che corrispondeva alla sua idea del vivere anarchico. Tutto il contrario, per esempio, di Giuseppe Pinelli che professava la sua anarchia ma con un lavoro stabile, alle ferrovie, una famiglia e dei figli. Ripeto, Pietro Valpreda, fino al giorno prima di finire in carcere, non aveva fatto, o, addirittura, aveva evitato di fare quel che noi, in termini borghesi, chiamiamo bilancio della vita. Probabilmente non aveva avuto neppure il tempo di farlo. Per mancanza di momenti di riflessione. oberato dalle urgenze quotidiane e dalle necessità primarie per la sopravvivenza.

Insomma, avvocato, Valpreda prima dell’arresto era quello che la gente chiamerebbe uno «sbandato».

No, più che sbandato io direi un eterodosso. Un uomo contraddittorio. Come sono contraddittori alcuni suoi gesti. Uno, per esempio: mentre lui conduce questo tipo di vita errabonda, rimane morbosamente legato a certi vincoli e a certi affetti. E ancora, Valpreda è un uomo attorniato da donne, mi riferisco alle parenti, che lo amano e che lui ama. Se si reca a Milano non può fare a meno di andare a trovare la nonna, la zia, la sorella e così via, che lo colmano di affettuosità. Anche adesso, per esempio, scrivendo dal carcere alla sorella racconta tutto, ogni minimo particolare. E vuole sapere tutto. Anche adesso quando queste donne, mamma, sorella, zia, lo vanno a trovare in carcere, lui ridiventa ragazzino. Scompare l’anarchico teorico, ormai ferratissimo da decine e decine di letture, e si lascia andare a sfoghi che sono in carattere con la sua natura contraddittoria. Una volta, per esempio, mi sono trovato davanti a un colloquio tra lui, la madre e la sorella. Abbandonata la compostezza, non appena sono entrate le due donne ha cominciato a dire: «Ah, io non ce la faccio più. Ah, io finirò col morire qua dentro. La malattia è ripresa. Il male mi mangerà vivo, non arriverò neppure al processo». È un atteggiamento comprensibile. Dal punto di vista psicologico, voglio dire. Un’altra sua debolezza, che forse non si lega saldamente al suo ideale di vita anarchica ma che si spiega con la sua natura milanese, è, per esempio, il suo problema della vecchiaia. Una delle prime cose che ha fatto dal carcere, una volta concertata tutta la nostra linea, è stata quella di chiedere la pensione all’istituto di previdenza per gli artisti. Scrisse una lettera, spiegò il perché e il percome, narrò della sua malattia e delle sue vicissitudini. E un funzionario gli ha mandato recentemente i moduli per il versamento volontario dei contributi. In tutto questo, negli affetti e nelle manie, la pulizia, la precisione, l’ordine, le previsioni per la vecchiaia, c’è il solito Valpreda. Il Valpreda prima e durante la detenzione. È un altro tipo del Valpreda che cambia.

Avvocato, lei ha detto che c’è un Valpreda cambiato. In che modo cambia? Come lo ha trovato prima e come lo trova ora?

Valpreda, in carcere, cambia dal punto di vista culturale e da quello politico. Io avevo conosciuto Valpreda, un mese prima dei fatti di Milano, per un processo di rissa. Ma l’avevo visto un paio di volte. La prima volta che conobbi realmente Valpreda fu qui, a Roma, al Palazzo di Giustizia. Era il tardo pomeriggio del diciassette dicembre 1969. Come si ricorderà, Valpreda era stato portato direttamente da Milano a Roma per il riconoscimento. A Roma era arrivato anche Cornelio Rolandi, il tassista, oggi morto, che affermò di aver portato Pietro, o, comunque, uno che assomigliava a lui, da piazza Beccaria fino a via Santa Tecla. La prima cosa che notai in Valpreda, prima ancora del confronto con il tassista, fu un grande spavento nei suoi occhi. E ora, pensandoci a due anni di distanza, credo che in quel momento lui avesse la percezione di essere entrato dentro un meccanismo molto ma molto più grande di lui. Perché Valpreda, in quel momento, era un uomo «rapito». E come un uomo rapito si trovava in un paese non suo. Questa sensazione, che io colsi nei suoi occhi, me la confermò lui più tardi. Comunque, in quei momenti noi non abbiamo avuto tempo per parlarci.

Tutto procedeva secondo una sorta di canovaccio. Arrivo di Rolandi, preparazione del riconoscimento «all’americana», e così via. Dopo queste formalità Valpreda mi dice: «Ma Guido, tu ci capisci qualcosa?». Rispondo: «No. Stai, però, tranquillo. Vedrai. Sono le prime indagini. Poi vedremo». E aggiunsi: «Ma dimmi una cosa: tu dove eri il dodici dicembre?». Allora Valpreda mi spiegò in due parole, grosso modo, quello che ha detto per oltre due anni ai giudici. Mi disse: «Io stavo da mia zia con la febbre, poi sono andato da mia nonna». Insomma, tutto quello che c’è nelle carte processuali.

E poi niente. Poi scatta il meccanismo di «reificazione», di oggettivizzazione di Pietro Valpreda. Quello che era Valpreda Pietro, trentacinque anni, di professione ballerino, nato e residente a Milano, diventa un oggetto, una cosa. Un oggetto in mano alla polizia, un oggetto in mano alla procura, un oggetto in mano all’opinione pubblica.

Com’è, Pietro Valpreda, quando lei lo rivede? com’è dal punto di vista psicologico?

Anzitutto debbo dire che, da quel 17 dicembre in poi, io di Pietro Valpreda non so più niente. Passano moltissimi giorni, credo quaranta, prima che io possa parlare con l’imputato. E al primo incontro non trovo più l’anarchico spaventato. Trovo I’anarchico furioso. Ed era naturale. Pietro Valpreda aveva trascorso quaranta giorni in una cella d’isolamento: solo, senza vedere nessuno, tranne il secondino, una stanza di due metri quadrati senza finestre e con una luce a basso voltaggio.

In queste condizioni, per un uomo ci sono due alternative: o acquistare una saldezza e una coscienza di quello che avviene, oppure diventare matto. Pietro Valpreda aveva sì acquistato coscienza di quello che era successo, ma era furioso contro di noi. Non appena io e l’avvocato Sotgiu siamo entrati nel parlatorio, Valpreda ci investì con un sacco di contumelie. Diceva: «Voi fuori ve ne state fottendo di me. Nessuno fa niente». E così via. Gli spiegai che, proprio in coerenza con le sue idee, avrebbe dovuto capire bene che in uno Stato come quello nel quale viviamo ci sono degli sbarramenti oltre ai quali non si può andare. Gli dissi che c’è un prezzo che ognuno di noi paga per le sue idee. E il prezzo che lui stava cominciando a pagare per le sue erano proprio quei giorni temibili di isolamento. Gli dissi anche che sopra di lui era stata costruita una montatura che, certamente, non poteva essere spazzata né con un colloquio e neppure con una reazione qualsiasi. Gli dissi, infine, che al punto in cui ci si trovava bisognava ricostruire tutta la sua posizione da zero.

Insomma, gli faceste capire che non era un fatta da niente. Che…

Che non c’era nulla da fare.

E Valpreda come reagisce?

Valpreda non ci crede. È convinto che prima o poi le cose si dovranno chiarire. Poi comincia a comprendere. E allora è cominciato il suo periodo di preparazione culturale e anche di presa di coscienza. Sa, uno che è contro il sistema, quando paga con la propria pelle, come sta facendo Pietro Valpreda, non è che spera che «in fondo in fondo, il sistema potrebbe essere migliore di quanto non sia». Spera, come d’altronde ha fatto Valpreda, che le forze antagoniste siano tali da costringere il sistema a fare determinate cose. Lui, invece, da anarchico individualista quale è ancora a quel tempo, reagisce minacciando lo sciopero della fame. Allora per giorni e giorni gli spieghiamo che certe grosse azioni, dove sono coinvolte intere istituzioni, non si possono portare avanti con azioni esemplari, come uno sciopero della fame e così via. Infine si convince e collabora. Si impegna. Prende coscienza e ci aiuta, fino alla fine dell’istruttoria. E dopo la chiusura dell’istruttoria interviene la sua grossa crisi.

Perché Valpreda entra in crisi alla fine dell’istruttoria?

Perché alla fine dell’istruttoria Valpreda vuole subito il processo. Ma la fissazione del processo non arriva. Passano maggio, giugno, luglio, agosto e di processo non se ne parla. In agosto, quel brutto agosto dell’anno 1970, le carceri romane sono un forno. E poi per Valpreda è la prima estate che passa in carcere. Lui che è stato sempre un uomo libero, dentro e fuori, soffre terribilmente. Lui è uno che ama in fondo le cose che amiamo tutti: il bagno al mare, la telefonata all’amico o all’amica, la sosta in pizzeria. E si accorge, per la prima volta nella sua vita, che queste cose non le potrà avere. Allora entra nell’angoscia. S’incupisce. Decide di fare lo sciopero della fame. Torna a fare l’anarchico individualista. Quel tipo di anarchico che letture come quelle di Stirner, Kropotkin, Hegel e cosi via gli avevano fatto rifiutare. Quando lo seppi, tornai immediatamente a Roma. Ce ne volle per tranquillizzarlo e per farlo ragionare.

Avvocato, c’è una cosa che non capisco in Valpreda: come mai lui, un uomo vissuto (nel 1969 aveva trentasette anni), sia stato così ingenuo da accogliere nel suo circolo ex-fascisti e spie.

Questo colpisce lei, me, oppure altri che ragionano secondo determinati schemi mentali: politici, culturali, e così via. Ma non un anarchico. L’anarchia è un movimento libertario anche nella sua struttura. Nessuno che voglia entrare nel movimento anarchico ha l’obbligo di dichiarare il suo passato. Ed è proprio per la genuinità organizzativa di queste strutture che è facile aggirarlo. Inoltre tenga presente che il fascista Merlino e l’informatore della polizia facevano parte di «forze superiori». Merlino faceva da due anni la spia per i fascisti; Andrea, l’agente di polizia, non era mica uno della questura di Caltanissetta. Faceva parte dell’ufficio politico della questura.

Quale è stata, avvocato, la reazione di Valpreda quando ha scoperto che l’Andrea era un poliziotto?

Ebbe una reazione violentissima. Ma non perché avesse tradito I’anarchia, oppure perché l’Andrea avesse potuto dire cose gravi. Ma perché aveva tradito l’amicizia. Mi disse: «Questo disgraziato che si mangiava metà della mia pizza e che andava con le mie stesse ragazze». Tutto qui. Certo questo poteva essere anche un motivo per rinnegare il suo passato, le sue idee, la sua vita. Ma non ha rinnegato niente. È ancora fermo nei suoi ideali.

Un don Chisciotte?

Be’, sì. Un don Chisciotte, senza atteggiamenti donchisciotteschi. Un don Chisciotte che non è più libero e, quindi, con tanta tristezza, malinconia e avvilimento. Egli sa però questo: che in questa battaglia c’è di mezzo la sua vita. Il suo destino.

Ma per il suo destino c’è la giustizia.

Ma lui vuole la verità.

A rivista anarchica nr 2 Marzo 1971 Lo stato contro Valpreda Intervista con l’avv. Calvi di A. B.

26 settembre 2011

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/002/2_10.htm

 

Milano, palazzo di giustizia. Un uomo esce dall’ufficio del giudice Amati e si avvia verso una anziana parente che lo sta aspettando nel corridoio. Ha appena mosso un paio di passi che tre poliziotti in borghese lo afferrano e lo trascinano via. Di peso. Pietro Valpreda, 15 dicembre 1969.

Tre giorni prima era scoppiata una bomba nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana ed ecco che, catturato romanzescamente Valpreda, l’opinione pubblica ha il suo capro espiatorio e gli organi repressivi dello Stato la loro vittima. Sembra fatto apposta, il Pietro Valpreda, per questo ruolo. È un anarchico, perciò un mostro, colpevole fino a prova contraria. È un ballerino, perciò un irregolare, un depravato e (non sono tanto lontani i tempi in cui i teatranti venivano sepolti in terra sconsacrata). È affetto dal morbo di Bürgher e zoppica (non è vero, ma dà un tocco diabolico al personaggio e i giornali lo scriveranno, assieme a tante altre menzogne e calunnie, nei giorni successivi). Non è un impiegato simpatizzante del PSDI, dunque è lui che ha messo la bomba omicida. Chiaro.

Purtroppo Valpreda per il 12 dicembre ha un alibi di ferro, ma non importa, basta l’ambiguo riconoscimento di un tassista e l’incriminazione dei testimoni che sostengono l’alibi e Valpreda Pietro, ballerino anarchico, è sistemato.

Un anno dopo, l’istruttoria (se così si può chiamarla, né possiamo chiamarla altrimenti senza farci incriminare) del PM Occorsio si chiude con una relazione chilometrica ma totalmente vuota, contraddittoria, assurda, priva di prove e indizi da lasciare esterrefatti i “democratici”. Meno stupiti gli anarchici, smaliziati, che conoscono da sempre (sulle loro spalle e su quelle degli sfruttati e dei ribelli in genere) il funzionamento della giustizia di classe, della giustizia di Stato. Pietro Valpreda ed alcuni ragazzi, suoi presunti complici, vengono rinviati a giudizio per strage, ma la relazione con cui viene motivato il rinvio sembra piuttosto la riprova della loro innocenza.

Quattordici mesi dopo la “strage di Stato” (come ormai tutti la chiamano, con ciò dando per scontato che essa non può essere opera di anarchici), abbiamo intervistato l’avvocato Guido Calvi, il primo difensore di Valpreda (successivamente gli si è aggiunto il professor Sotgiu).

Calvi, assistente di filosofia del diritto all’Università di Camerino, è giovane, non più di trent’anni. La sua età è la prima cosa che mi colpisce e gli chiedo se, data la sua esperienza necessariamente limitata, non senta questo incarico come sproporzionato alle sue forze.

 “Domando a te – mi risponde – chi, di fronte alla gravità delle imputazioni, non sentirebbe le proprie forze limitate, inadeguate al compito di capovolgere la situazione e ristabilire la verità. Per questo credo che il primo obiettivo da raggiungere sia la solidarietà di tutte le forze sinceramente democratiche”.

Sei stato nominato d’ufficio difensore di Valpreda?

“No, sono stato nominato da Valpreda suo difensore di fiducia. Sarebbe interessante sapere da chi, come e perché furono diffuse voci difformi”.

Hai avuto dubbi nell’accettare l’incarico? Hai avuto dubbi sulla innocenza di Valpreda?

“Sì, come tutti, credo. Ma dopo aver parlato con Valpreda e dopo avere incontrato la zia Rachele (la signora Rachele Torri, principale testimone dell’alibi di Valpreda; n.d.r.) non ho avuto più alcun dubbio”.

La tua linea di difesa è stata definita debole, rinunciataria, passiva… perché non ha ritenuto opportuno assumere una linea più aggressiva?

“È difficile valutare una linea di difesa sulla base di alcuni risvolti tattici ignorandone la strategia generale. Certo, alla fine potrà anche risultare che vi sono state debolezze, errori, incertezze. Ma lo strano è che queste accuse siano nate subito, quando ben poco era possibile fare e quando gli interessi di Valpreda, bisognerebbe ricordarlo più spesso, imponevano una ferma cautela. Chi sostiene l’identità di diritto e politica (opinione rispettabile ma marxisticamente discutibile), dovrebbe anche ricordare che esse, comunque, sono scienze ove nulla vi è di improvvisato e di avventato. Se il fine del difensore è operare perché emerga l’innocenza dell’imputato, quando egli è tale, tutto deve essere subordinato a questo. Vi sono questioni politiche? Bene, emergeranno sicuramente molto più clamorosamente dopo una sentenza di assoluzione. Pertanto quale senso può avere la qualifica di aggressiva o debole attribuita ad una linea difensiva nella fase istruttoria (segreta e non pubblica!) del processo? Sono “aggressive” le dichiarazioni violente, le istanze di violazione dei diritti della difesa, le interviste sui rotocalchi? Non credo davvero.”

Hai avuto fastidi? Sei seguito, controllato…? Hai ricevuto minacce o intimidazioni?

“Sì, sono stato controllato e minacciato, ma rientrava nelle previsioni”.

È vero che sei stato incriminato per vilipendio alla magistratura?

“La mia ‘memoria difensiva’ sui famosi vetrini (vetrini che la polizia avrebbe ‘trovato’ tre mesi dopo gli attentati nella borsa che conteneva la bomba inesplosa della banca commerciale; n.d.r.) conteneva, a giudizio del Pubblico Ministero Occorsio, espressioni lesive della dignità del giudice istruttore Cudillo. Contrariamente a quanto certa stampa riferì, non ci fu da parte mia nessuna giustificazione né tanto meno ritrattazione. Solo, precisai che il mio documento non inficiava la stima personale che potevo nutrire nei confronti del Dr. Cudillo, ma sottolineava il fatto che, per il modo in cui il nostro diritto processuale articola la fase istruttoria, questa è volta più alla conferma delle tesi accusatorie che alla ricerca della verità. Il P.M., dopo aver chiesto che la mia memoria fosse inviata alla Procura della Repubblica e al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati perché procedessero nei miei confronti, cambiò idea e revocò la richiesta. L’aspetto più positivo di tutta la questione è che oggi i vetrini non sono più fonte di prova contro Valpreda.”

Tu sei un militante del P.S.I.U.P. Questo non ti è di limite in qualche modo nella difesa di un anarchico?

“È una domanda che non mi aspettavo. Mi sembra che subito dopo i fatti gli unici avvocati politici che assunsero pubblicamente la difesa degli imputati, a Roma, fummo Nicola Lombardi ed io: ambedue del P.S.I.U.P.”

Negli ultimi mesi la stampa della sinistra parlamentare pare essersi allineata su una posizione ambigua nei confronti dell’istruttoria per la “strage di stato”, una posizione sostanzialmente non dissimile dall’ultima versione ufficiale (cioè non più colpevoli gli anarchici, ma alcuni pseudo-anarchici); non credi che questo atteggiamento possa derivare da compromessi politici tra governo e opposizione? Non credi che si voglia così chiudere il discorso sulle bombe, la ricerca dei veri autori e soprattutto dei mandanti e dei complici? Ci sembra che, come si tenta di chiudere il caso Pinelli con la formula “Pinelli: innocente ma suicida”, così si voglia chiudere il caso Piazza Fontana con la formula “Valpreda e gli altri: colpevoli ma pazzi”. Che ne dici?

“Non la ritengo una ipotesi politica verosimile.” (noi riteniamo il contrario- n.d.r.)

Quando pensi che si farà il processo? È vero che si parla del prossimo autunno? Questo rinvio sarà ufficialmente giustificato con motivi tecnici, ma secondo te non ci sono invece motivi politici per rinviare un processo che “scotta”?

“Motivi di opportunità politica certamente vi sono. Vedremo in quale considerazione saranno tenuti nel fissare la data del processo.”

Valpreda, in dicembre, è stato ricoverato nell’infermeria del carcere; dunque, dopo un anno comincia a risentire del cibo e del clima di Regina Coeli e della tensione. Se il processo tarderà ancora un anno non c’è il rischio che la galera finisca con il “suicidare” Valpreda?

“Il rischio c’è, ed è anche notevole; occorre che tutti manifestino a Valpreda la propria solidarietà affinché egli non si senta isolato. Peggior nemico è sicuramente il “suicidio psicologico.”

“Puoi esprimere il tuo parere sul modo in cui è stata condotta l’istruttoria per le bombe del 12 dicembre, senza incorrere nel reato di vilipendio alla magistratura?”

A questa domanda Calvi non ha risposto.

Quando Calvi mi ha riaccompagnato all’albergo, da una automobile che ci seguiva, si è sporto un “signore” che mi ha fotografato. Il fatto non mi ha preoccupato: sono già ben schedato, alla Questura.

 

A. B.

 

A Rivista Anarchica N11 Marzo 1972 Giustizia di stato di E. M.

17 settembre 2011

Sin dalle prime battute il processo Valpreda ha rivelato la trama di responsabilità – Una prima clamorosa conferma è venuta dal riconoscimento di incompetenza di Roma.

Con il suo comportamento sereno, calmo e responsabile, il giudice Falco tentava di accreditare la tesi secondo la quale a Roma si doveva svolgere un processo che doveva finalmente far luce sulla strage di Piazza Fontana o, quanto meno, sulla responsabilità di Pietro Valpreda e degli altri aderenti al circolo 22 Marzo, “in ordine” agli attentati del 12 dicembre.

Tutto il peso della credibilità che si voleva dare al processo poggiava però sulle sue sole spalle, in quanto gli altri personaggi coinvolti nella vicenda già si erano tolti i panni della farsa.

A cominciare dalla Procura di Roma che si è vista accusare di rapina di atti di procedimento istruttorio nei confronti della Procura di Milano, con argomentazioni difficilmente confutabili (tra le quali la lettera di Ugo Paolillo, in cui il magistrato democratico, che a Milano stava conducendo correttamente le indagini, conferma che gli fu letteralmente impedito di procedere ad un confronto fra Rolandi e Rachele Torri, zia di Valpreda… P.S. e C.C. gli comunicarono che Rolandi “era irreperibile” mentre lo stesso, a casa sua, rilasciava interviste a tutti i giornalisti).

Occorsio ha capito subito che l’accusato è lui e lo ha dimostrato scaricando le sue responsabilità sul collega Cudillo.

Gli avvocati più decisi e più lucidi della difesa hanno, a loro volta, individuato direttamente in Occorsio il principale imputato e nella sua istruttoria il vero “delitto”.

E così il ruolo di Falco, il “consulente politico” chiamato a difendere entrambi, non è sfuggito a nessuno.

Da parte sua, Valpreda ha dimostrato di sapere che la sua sorte non può essere legata alla clamorosa ed assoluta inconsistenza degli indizi a suo carico, bensì alla dimostrazione e alla verifica degli indizi, ben più consistenti, a carico di Occorsio.

La bizzarra situazione dipendeva dal fatto che tutti coloro che, come Falco, conoscevano gli atti dell’istruttoria, erano giunti alla stessa conclusione; con le bombe, né Valpreda né il 22 Marzo hanno nulla a che fare.

Non a caso solo “Lo Specchio“, il “Secolo d’Italia” e simili sostengono ancora, con poca convinzione, la colpevolezza di Valpreda. Non a caso il “Corriere della Sera” da mesi riporta notizie “asettiche” sul caso e non azzarda giudizi.

Allora dobbiamo subito spazzare via l’idea che in questo processo si stia giudicando Valpreda. Come gli attentati del dicembre ’69 facevano parte di un preciso disegno politico, così l’istruttoria che ne è seguita ed il processo che è in atto non sono che la continuazione dello stesso disegno. Questo processo deve essere inteso come parte integrante e conclusiva della strategia del terrorismo che nel ’69 è servita per fermare le lotte dell’autunno.

L’istruttoria di Occorsio

L’asse centrale del processo è l’istruttoria di Occorsio, costruita pezzo per pezzo per essere funzionale alla trama politica da cui è scaturita.

Ad Occorsio, coinvolto fino all’inverosimile nella vicenda della strage, lo stato ha affidato la gestione giuridica dell’accusa a Valpreda; a Falco, l’uomo del momento, sacerdote della forma e della regolarità della legge, il compito di circoscrivere gli attacchi della difesa affinché non entrino nel terreno pericoloso delle “Istituzioni” e dei contenuti politici.

Costretto a scoprire le carte Occorsio ha rivelato la sua singolare povertà di spirito ricorrendo alle più squallide e scontate delle ipotesi:

a) “Merlino è un elemento provocatore che si è inserito nel gruppo allo scopo di istigare gli aderenti al 22 Marzo a compiere gli attentati”.

b) “Questa corte è chiamata a giudicare questi imputati non perché si qualificano anarchici ma soltanto per quello che noi addebitiamo a loro di aver fatto. Noi non crediamo affatto che questi imputati possano confondersi con il movimento anarchico tradizionale… non lo abbiamo mai detto e non lo diremo mai”.

C’è tutto, gli opposti estremisti, gli anarco-fascisti, la salvezza del movimento anarchico “tradizionale” (?), ecc.

Con questa miserabile ipotesi Occorsio ha cercato, come sempre ha fatto di isolare Valpreda dagli anarchici, dalla politica, da tutto. Ma cosa crede Occorsio, di essere lui a sindacare se Valpreda è o non è anarchico? Crede che gli anarchici siano proprio disposti a buttare a mare Valpreda come i suoi “superiori” forse faranno con lui ora che ha dimostrato di non essere stato tecnicamente capace di mantenere il processo entro i binari che erano stati pazientemente preparati da altri? Valpreda non “si confonde” con il movimento anarchico. Valpreda è anarchico da almeno 10 anni. Sappiamo già a cosa Occorsio si attaccherà per dimostrare che Valpreda non è anarchico, ma sapremo rispondergli al momento opportuno.

Falco non è meglio di Occorsio. Falco è una muraglia contro la verità e lo ha dimostrato rifiutando in blocco il dossier che accusa i fascisti e contiene elementi importantissimi sulla strage, che la Magistratura di Milano ha inviato alla Corte d’Assise di Roma perché fosse allegato agli atti del processo. Dal canto suo Occorsio ha detto che se quei documenti venissero accolti, lui non li leggerebbe! C’è materiale più che sufficiente per una incriminazione per sottrazione di indizi e inadempienza professionale.

È in questa logica che il processo si era iniziato ed era solo in questa logica che, nell’aula Magna di Piazzale Clodio, tutta forma e tradizione, moquette ed ermellini, si tentava di dar credito al mito miserabile di una giustizia che ha sulla coscienza la violenza brutale del carcere, i quaranta giorni di isolamento, gli interrogatori bestiali di Valpreda, le minacce ed i ricatti ai testi “scomodi”, i falsi ed i morti dell’istruttoria, la repressione anti-operaia del ’69, l’anno delle bombe, e di oggi.

La “giustizia” ed i suoi uomini…, si arrogano il diritto di giudicare i loro stessi misfatti. Questa giustizia ha già comminato ad anarchici innocenti oltre venti anni di carcere preventivo, dal ’69 ad oggi, per proteggere i veri responsabili del terrorismo e per sfamare l'”ingorda borghesia” con anarchici “colpevoli”. Noi diciamo che questa giustizia non ha credito, né tanto meno diritti.

I mandanti…

CIA? Colonnelli greci? Fascisti nostrani? Può darsi, ma non sono i veri mandanti; sono consulenti e specialisti.

I social-fascisti del PSDI, i moderati, i benpensanti, gli schiavi dell’ordine stabilito sono i mandanti di Occorsio, di Cudillo, di Amati e della strage.

Se da una parte dobbiamo smascherare gli individui che a livello “professionale” organizzano il crimine politico, dall’altra non dobbiamo dimenticare l’incredibile numero di elettori, sostenitori, collaboratori, borghesi, grandi borghesi, piccoli borghesi, Dio, Patria e Famiglia, e chi più ne ha più ne metta, che a questa gente affida al mantenimento dei loro interessi di piccoli e grandi privilegiati che si nascondono dietro una “onesta vita” di padroni, timorati del sistema.

Costoro saranno sempre pronti, quando le cose si mettessero male, a considerare Occorsio e compari come una spiacevole eccezione, la strage come risultato di una disfunzione politica, Pinelli come la vittima di un increscioso incidente imputabile al massimo a qualche poliziotto.

La difesa

Quando il processo di Roma ebbe inizio, non si pose il problema se il processo dovesse essere “tecnico” o “politico” anche se era evidente che il modo di procedere dei difensori era legato al loro giudizio politico complessivo.

In realtà si è sempre trattato di scegliere se accettare o rifiutare i presupposti stessi del processo, se stare o non stare al “gioco” della giustizia. Se considerare l’istruttoria e le sue conclusioni come un errore giudiziario che, in quanto tale, non intacca la fiducia nella giustizia e nel suo funzionamento, o rifiutare ogni credibilità a questa giustizia affrontando il processo come un processo politico dove la posta in gioco non è solo l’assoluzione dei compagni e dove l’assoluzione dei compagni coincide con la condanna dei magistrati inquirenti ed è inscindibile da questa, perché Occorsio, Amati, Cudillo, i loro simili e le stragi, non sono eccezioni, disfunzioni ed incidenti in uno “stato di diritto”, ma sono “lo stato di diritto”, ne fanno parte integrante e continuativa, sono la struttura portante che, sotto la maschera delle pretese “garanzie costituzionali”, regge il privilegio, la disuguaglianza e lo sfruttamento.

Ed è chiaro che noi siamo soltanto su questa linea, quella che in aula è stata portata avanti dagli avvocati Spazzali, Piscopo, La Torre, Di Giovanni, Ventre.

Non possiamo invece condividere il continuo atteggiamento “legalitario” di fiducia che sembrano nutrire altri difensori come Lombardi e Sotgiu (avvocati di Valpreda) ed in generale gli avvocati così detti “parlamentari” nei confronti dell’imparzialità della legge e della giustizia.

Non possiamo condividere questa cieca fiducia che a un altro difensore “parlamentare”, Calvi, fece dire che la sentenza di Occorsio era una “sentenza onesta”, e se non bastassero i nostri motivi politici di fondo, ad essi viene oggi ad aggiungersi la deliberazione della corte di Assise di Roma che ha deciso il trasferimento del dibattimento alle Assise di Milano. Con tale deliberazione i giudici della corte di Assise di Roma, hanno smascherato, per superiori motivi politici e quindi soltanto in parte, la trama pazientemente preparata dalla stessa magistratura così come dalla grossa stampa fascista e borghese, dalla polizia così come dalla classe politica.

Il mattone rovente

Dopo nove ore di seduta in camera di consiglio per deliberare sulle eccezioni avanzate dalla difesa, la corte di Assise di Roma si è tolta di mano il mattone troppo scottante che Cudillo e Occorsio avevano preparato, e lo ha passato alla corte di Assise di Milano.

Tale decisione che a prima vista può esser interpretata solo come una vittoria della difesa dei compagni arrestati, sancisce in verità la sconfitta di Occorsio e la dipendenza della magistratura dal potere politico. Infatti, dopo lo scardinamento di tutta la fase istruttoria effettuato dalla difesa “politica”, istruttoria rappresentata in aula da Vittorio Occorsio, ci si attendeva ben altro dalla corte, ci si attendeva cioè che tutta l’istruttoria venisse dichiarata non valida e che alla ricusazione formale di Occorsio facesse seguito la ricusazione di tutta la montatura dell’accusa che, firmata da Vittorio Occorsio, ha portato i compagni anarchici sul banco degli imputati.

Ma purtroppo, nove ore prima che “l’imparziale” Orlando Falco facesse conoscere la sentenza della corte, negli ambienti del Viminale si conosceva già quale sarebbe stata la sentenza che tale corte avrebbe emesso, ed è allora nell’ambiente nel quale tale voce circolava con nove ore di anticipo, che ancora una volta va ricercata ed inquadrata la tanto sbandierata apoliticità di certa magistratura italiana.

Al Viminale, crollato miserabilmente il mito Occorsio sotto gli attacchi della difesa “politica”, non restava che sbarazzarsi della vicinanza di un procedimento che dava fastidio al carrozzone elettorale che sta per mettersi in moto. Non si poteva permettere che i comizi politici venissero turbati dalle accuse anarchiche, da questi anarchici che oltre a non mettere le bombe, accusano addirittura lo stato di essere il mandante e l’esecutore della strage di piazza Fontana. L’unica via di uscita che si presentava era buttare a mare un uomo che dopo aver pazientemente costruita un’accusa servendosi soltanto di falsi, aveva chiaramente dimostrato, sin dalle prime battute del processo, di non essere tecnicamente capace di sostenere tale accusa il giorno che si trovò di fronte non più delle donne, ma un’opinione pubblica nazionale ed internazionale.

Ufficializzate con la sua delibera le voci che circolavano con nove ore di anticipo all’interno del Viminale, la corte di Assise di Roma aveva adempiuto al proprio compito.

Il Viminale non poteva permettere, e la corte di Assise di Roma non poteva ufficializzare che, a due mesi dalle elezioni gli anarchici venissero dichiarati implicitamente innocenti e lo stato colpevole di falso continuato messo in atto per coprire i reali responsabili della strage di piazza Fontana, perché è a questo risultato politico che avrebbe condotto la ricusazione di tutta l’istruttoria sulla strage.

Al Viminale si è scelta la strada che può permettere, in qualche modo, di portare a termine senza eccessivi batticuori la presente campagna elettorale.

Ai compagni accusati si è lasciato il diritto di godere dei vantaggi che le patrie galere offrono ai loro ospiti. Restano invece a piede libero Amati, Occorsio, Cudillo, Calabresi, Guida, Restivo, Saragat.

 di E. M.

***

 Processo popolare

I riformisti considerano il “caso Valpreda” un caso individuale, o tuttalpiù un caso della sinistra rivoluzionaria, spina fastidiosa nel fianco della sinistra parlamentare. Nulla pertanto essi faranno per rovesciare sulla borghesia la responsabilità della strage di Stato.

Per la sinistra rivoluzionaria, invece, il caso Valpreda è il caso della classe operaia e del movimento popolare, perché è anche attraverso di esso che la borghesia si è proposta di bloccare la ribellione degli sfruttati.

Spetta pertanto alle forze rivoluzionarie promuovere una forte mobilitazione per mettere sotto accusa lo stato e le sue istituzioni, la classe degli oppressori e i loro servi e per portare sul banco degli imputati dinnanzi alla classe operaia, al movimento popolare, i veri e unici responsabili della strage e del clima di terrore che l’ha preceduta e seguita.

Per questo si sta organizzando un processo popolare che costituisca un primo passo verso l’acquisizione del diritto al giudizio da parte dei proletari.

Il raggiungimento dell’autonomia proletaria passa anche attraverso l’autonomia del giudizio, premessa indispensabile per l’acquisizione della coscienza rivoluzionaria.

Gli obiettivi fondamentali del processo popolare sono:

a) difendere Valpreda trasformando il “caso” individuale o di gruppo nel “caso politico” della classe operaia;

b) dimostrare che Valpreda è innocente e che la borghesia italiana porta la responsabilità politica della strage di Stato;

c) stabilire il grado delle responsabilità complessive più che determinare con esattezza gli esecutori materiali della strage;

d) denunciare la pesante responsabilità dei vertici della sinistra ufficiale che ha chiuso gli occhi davanti al “caso” e lo ha barattato come ha barattato lo spirito di rivolta della classe operaia con un disegno di potere in alleanza con la grande borghesia italiana;

e) chiarire sino in fondo che a Roma non si decide solo la sorte di Pietro Valpreda. Con la sua condanna la classe dominante si propone di porre un suggello alla gestione politica che essa ha fatto della strage e intensificare la stretta repressiva contro il movimento popolare;

f) denunciare il legame esistente con le altre provocazioni che le classi dominanti hanno sviluppato a livello internazionale.

DUNQUE, IL PROCESSO POPOLARE NON SARÀ UN PROCESSO ALTERNATIVO A QUELLO FORMALE: ESSO SARÀ TUTTO QUELLO CHE IL PROCESSO FORMALE NON POTRÀ ESSERE.

Del tribunale popolare faranno parte due giurie: una, internazionale, formata da persone note per il loro impegno di rivoluzionari e militanti democratici, l’altra, popolare, della quale faranno parte operai, abitanti di quartieri, ecc.

Esse avranno a disposizione gli atti del processo “formale” Valpreda e dei processi ad esso connessi (25 aprile, fascisti di Treviso, M.A.R., processo Pinelli, ecc.) per unificare in un quadro omogeneo tutti quei procedimenti che la magistratura ha tentato, non a caso, di dividere.

In più il processo popolare avrà a disposizione il materiale che i gruppi di contro-informazione hanno raccolto in questi anni.

In stretto collegamento con il processo formale, il processo popolare si articolerà in numerose udienze, tenute in diverse città e in luoghi adatti ad accogliere la più larga partecipazione popolare.

Ogni militante che partecipa al processo popolare è parte attiva, e in causa, in quanto il quadro politico che emerge dal processo offrirà gli elementi per collocare la sua esperienza specifica di fabbrica, di scuola, di quartiere nella generale azione repressiva che lo stato ha scatenato, con la strage, contro i proletari.

Di conseguenza, affinché questa iniziativa si realizzi in forma incisiva sulla realtà, è necessario un impegno militante di tutti i compagni rivoluzionari di partecipazione e di intervento nel processo popolare.

 La strage di stato: uno scandalo internazionale

a cura della Redazione

I fumetti del noto cartoonist Wolinski che riproduciamo in questa pagina sono tratti da “Charlie Hebdo“, supplemento settimanale di “HARA-KIRI”, con una tiratura di centomila copie. La “strage di stato” è dunque oggetto di satira politica anche all’estero. Lo scandalo ha passato le frontiere. La stampa internazionale, in effetti, ha dato molto spazio alle prime (ed ultime) battute del processo Valpreda, attribuendogli un’importanza che supera ampiamente quella generalmente attribuita alle vicende locali.

Dunque, benchè le porcherie poliziesco-giudiziarie non siano certamente una specialità esclusiva italiana, tutta la faccenda delle bombe del ’69, dell’istruttoria di Occorsio, dell’assassinio di Pinelli, della strage dei testimoni, ecc., è di tale brutalità, grossolanità, stupidità da suscitare l’indignazione a livello internazionale.

Indignazione e fumetti a parte, il movimento anarchico, per quanto è nelle sue possibilità, si sta dimostrando all’altezza del suo tradizionale internazionalismo, intensificando il suo impegno in vista della scadenza processuale.

In Svezia, accanto ai gruppi anarchici s’è mossa la S.A.C., il sindacato di tendenza libertaria, che ha inviato a tutti i lavoratori italiani il documento “La strage di stato voluta dai padroni“. Il 23 febbraio, per l’inizio del processo Valpreda, s’è svolta a Stoccolma una manifestazione che si è conclusa con un sit-in davanti all’ambasciata italiana.

In Francia le organizzazione anarchiche hanno promosso dibattiti e volantinaggi in tutti i principali centri. è stato doppiato il filmato Pinelli, che è già stato proiettato in decine di località.

In Inghilterra è stato stampato e diffuso in migliaia di copie un opuscolo sulle bombe del 12 dicembre. A Londra, alle due manifestazione sinora organizzate hanno partecipato migliaia di giovani.

In Germania, oltre a contro-informare l’opinione pubblica tedesca, si sta organizzando una campagna di controinformazione tra gli emigranti italiani.

Con la sospensione del processo lo scandalo continua…

7 febbraio 1978 Gli avvocati di Pietro Valpreda denunciano l’ex Questore di Milano, Marcello Guida, per falsa testimonianza

7 luglio 2011

PRETURA DI CATANZARO

ATTO DI DENUNCIA PER FALSA TESTIMONIANZA

I sottoscritti avvocati Guido Calvi, Marco Janni e Domenico Torchia, anche a nome degli avvocati Nadia Alecci e Fausto Tarsitano, difensori di Pietro Valpreda e altri nel processo per la strage di Piazza Fontana

 DENUNCIANO

Marcello Guida, ex questore di Milano, per il delitto di falsa testimonianza commesso nell’udienza del 18 gennaio 1978 avanti la corte d’assise di Catanzaro, ed

ESPONGONO

Nell’udienza del 18 gennaio 1978 il dott. Marcello Guida, all’epoca questore di Milano, deponendo quale testimone ha dichiarato ripetutamente di non ricordare alcuni atti da lui compiuti nella giornata del 15 dicembre 1969: atti che trovano il loro momento centrale e più significativo nella esibizione al tassista Cornelio Rolandi, il quale affermava di avere trasportato una persona che poteva essere l’attentatore della banca dell’Agricoltura, di una fotografia, quella di Pietro Valpreda. Il testimone, la cui deposizione è una sequela di “non ricordo” se non addirittura di affermazioni smentite dai fatti, come quella relativa alla taglia di 50 milioni che egli non può non ricordare essere stata comunicata alla stampa nella stessa giornata del 15 dicembre, a proposito della fotografia di Pietro Valpreda ha detto: “Ripeto quanto ho già detto nell’udienza del 24 maggio 1974, che non ricordo se a Rolandi fu mostrata una foto di Valpreda. Dato il superlavoro a cui ero stato assegnato in quei giorni sono dettagli che mi sfuggivano nel 74 e a maggior ragione mi sfuggono ora”.

L’esibizione della fotografia di Valpreda, però, non appartiene ai dettagli di quella giornata; al contrario, essa appare strettamente collegata a una meditata decisione del vertice della questura milanese e, del resto, ne sono attenti e memori testimoni il col. Favali e il magg. Ciancio dei carabinieri, oltre al dott. Zagari dell’ufficio politico della questura.

Col. Aldo Favali (udienza del 18/1/78): “Prima che al Rolandi venisse mostrata la fotografia di Valpreda, io giungendo dal gabinetto del questore avevo detto al questore che quello era l’autista che si era presentato, lo aveva reso edotto della ricognizione che avevo fatto e lo ho ragguagliato di quanto Rolandi aveva riferito. Al termine di questo discorso il questore prese dal tavolo la foto e la mostrò a Rolandi dicendogli: “E’ questa la persona che lei ha accompagnato?” E il Rolandi disse: “sì, però era più magro” (nella deposizione istruttoria del 12 gennaio 1970 il col. Favali aveva aggiunto: “Il dr Zagari rispose che la fotografia non era recente”).

Mag. Giampietro Ciancio (udienza del 13/1/78: “Giunti nel gabinetto del questore il col. Favali riferì quanto il Rolandi aveva a noi dichiarato ed a un certo momento il questore prese dal tavolo una fotografia che si trovava con la parte bianca verso l’esterno e la esibì al Rolandi dicendo all’incirca: “E’ questa la persona da lei trasportata?” Il Rolandi rispose: “Sì, però la persona da me trasportata era più scarna e più stempiata”.

Dott. Beniamino Zagari (udienza del 18/1/78): “Io ricordo che mi fu chiesto per telefonò di reperire a foto di Valpreda e mi pare che tale richiesta fu fatta dopo che il Rolandi fu accompagnato nel gabinetto del questore ove io mi trovavo”. E nell’udienza del 30 maggio 1974 (deposizione confermata e allegata al verbale del 18/1/78): “Non ricordo a che ora fui chiamato, tramite centralino, non ricordo da quale funzionario di reperire una fotografia del Valpreda che era stato accompagnato a Roma un paio d’ore prima. Attraverso gli schedari, le carte d’identità o (di) altri documenti, non so quali, recuperai questa fotografia che portai nella stanza del questore”.

Di questi fatti, il cui accadimento è fuori discussione, il dott. Guida è stato, prima che testimone, protagonista principale, e non è assolutamente credibile che egli non ne abbia conservato alcun ricordo. Senza entrare nel merito, in questa sede, delle implicazioni processuali dell’atto compiuto dal questore, è cero che fu lui, nell’ambito del coordinamento delle indagini,che gli spettava, a chiedere o a far chiedere da funzionari del suo ufficio che gli fosse portata una fotografia di Valpreda, fu lui a tenere la foto presso di sé, posata sulla sua scrivania, fu lui, personalmente, a mostrarla a Rolandi, accompagnando il gesto con la frase: “è questa la persona da lei trasportata?”.

E se un dubbio dovesse rimanere sul carattere non occasionale, non di routine, non di dettaglio, dell’atto compiuto dal questore, basta aggiungere che, subito dopo, egli fu attivo protagonista di una comparazione tra la fotografia di Valpreda e l’identikit tracciato dai carabinieri sulla scorta della descrizione fornita da Rolandi. Il col. Favali (sempre nell’udienza del 18/1/78) a domanda risponde: “La comparazione tra lo identikit e la fotografia fu fatta dalle persone che si trovavano nell’ufficio del questore e cioè il questore, io, il cap. Cima e Ciancio. Tra i presenti vi era Rolandi. Ma il giudizio che vi fosse una certa rassomiglianza fu espresso dal questore e da me”. E il magg. Ciancio aggiunge “Sia l’identikit che la foto fu messa sul tavolo del questore e dall’esame fu fatta una comparazione”.

L’ex questore, naturalmente, ha dovuto negare anche il ricordo di questa comparazione e del giudizio di somiglianza che egli stesso, sostituendosi a Rolandi, ritenne di manifestare.

Ma non basta. Non si può credere alla mancanza di memoria del dott. Guida, anche se molti erano i suoi impegni e molti sono gli anni trascorsi da allora, perchè sappiamo indubitabilmente che Rolandi venne accompagnato a Roma (la ricognizione è del 16 dicembre) per iniziativa della questura milanese, la quale era appena giunta alla conclusione che il passeggero descritto dal tassista corrispondesse ai connotati di Valpreda. E non si tratta di nostre induzioni, per quanto logiche e ineccepibili, perchè di ciò esiste una conferma documentale, della quale il dott. Guida ha avuto lettura. In un rapporto del dott. Zagari alla procura della repubblica di Milano, in data 15 dicembre (vol. I, parte II, foglio 407) si legge: “Poiché dalla descrizione fornita dal tassista sui connotati del medesimo, appare che essi si presentano pressappoco identici a quelli del Valpreda, nella mattinata di domani il commissario Capo dr. Antonino Allegra si porterà, con il Tenente dei CC. Sig. Giampietro Ciancio e col tassista, in aereo, a Roma per le urgenti ricognizioni e contestazioni del caso, alla presenza di Magistrati romani”.

Dunque: l’esibizione della fotografia di Valpreda e il successivo giudizio di comparazione tra la fotografia e l’identikit del passeggero di Rolandi, costituiscono addirittura l’antefatto, la premessa della decisione di far accompagnare Rolandi a Roma per una ricognizione di persona su Valpreda.

E fu personalmente il questore, come dichiara il col. Favali nella deposizione istruttoria del 12 gennaio 1970 (vol. III, parte II, foglio 90) a occuparsi di questo trasferimento: “Verso le ore 20 ebbi a ricevere una telefonata dal questore con cui mi diceva che il Rolandi doveva essere accompagnato a Roma urgentemente. Dopo circa un quarto d’ora, mi telefonò nuovamente il questore, affermando che il Rolandi a seguito di una telefonata fatta da un certo prof. Paolucci alla questura, era stato ricondotto in questura da agenti che si trovavano ad attenderlo presso la sua abitazione, non essendo a conoscenza degli ulteriori sviluppi delle indagini. Mi portai nuovamente in questura ed assieme al questore pregai il Rolandi di recarsi a Roma per un atto di riconoscimento. Il Rolandi aderì con il consenso della moglie presente ed in tale circostanza io l’ammonii formalmente di agire secondo coscienza, di non farsi influenzare, se era sicuro del riconoscimento doveva dire si, se era incerto esprime i suoi dubbi, se non lo riconosceva dire apertamente di no. Aggiunsi pure che il suo atto assumeva una enorme importanza e di non tener conto che nel frattempo era stata pubblicata la notizia della taglia”.

Ripetiamoci. Fu proprio quell’esame fotografico a permettere alla questura di Milano di supporre che Pietro Valpreda e il passeggero del taxi di Rolandi potessero essere la stessa persona e, quindi, a far maturare la decisione di procedere alla ricognizione di persona davanti alla procura della repubblica di Roma.

Se dunque la reticenza è provata in modo evidente, non meno evidenti appaiono i motivi che hanno indotto il dott. Marcello Guida a commettere il delitto di falsa testimonianza.

L’ex questore di Milano, ammettendo i fatti riferiti da funzionari di polizia e ufficiali dei carabinieri, avrebbe dovuto rendere ragione di un comportamento a prima vista inspiegabile.

La polizia milanese aveva fermato Pietro Valpreda verso le ore 11 del 15 dicembre a seguito di una specifica richiesta del dott. Provenza, capo dell’ufficio politico della questura di Roma.

Nella sua deposizione del 21 gennaio 1978 e in quella, confermata, del 18 aprile 1974, il dott. Provenza ha dichiarato: 1) che verso le 22,30 – 23 del 14 dicembre 1969 egli richiese alla questura di Milano il fermo e il trasferimento a Roma di Pietro Valpreda; 2) che tale richiesta era giustificata dalle dichiarazioni di Merlino e dell’agente Ippolito alla polizia romana; 3) che egli non comunicò alla questura di Milano né il contenuto di quelle dichiarazioni né le ragioni della sua richiesta; 4) che in ogni caso la Polizia romana non aveva raccolto alcun indizio, anche soltanto per sospettare una partecipazione di Valpreda all’attentato alla Banca dell’Agricoltura di Milano, cui si riferiva la testimonianza del tassista Rolandi.

Il questore, perciò, non disponeva di alcun elemento, neppure indiziario, che collegasse la persona di Pietro Valpreda all’attentato alla Banca dell’Agricoltura; ciononostante, nel pomeriggio del 15 dicembre, egli aveva sul suo tavolo una sola fotografia, quella appunto di Pietro Valpreda, e la mostrò a Rolandi.

Un gesto gravissimo, con cui egli dava a intendere di reputare, senza ragione, fortemente compromessa la posizione di Pietro Valpreda (tanto è vero che nel verbale di fermo si legge, e nessuno ha mai spiegato perchè: “gravemente indiziato del reato di strage”).

Il dott. Guida, dunque, ha mentito perchè, altrimenti, avrebbe dovuto riferire alla corte d’assise le ragioni, tuttora non documentate nel processo ma certamente esistenti, della decisione di mettere i ricordi di Rolandi a confronto privilegiato con le sembianze di Pietro Valpreda, ponendo le premesse e nello stesso tempo ipotecando l’esito della ricognizione di persona. Egli non può aver dimenticato una iniziativa che lo ebbe protagonista e che valse il 15 dicembre 1969, a collocare Valpreda al centro delle indagini: e con tale deliberata insistenza che nel corso di quella stessa sera, in quella stessa questura, proprio una confessione di Valpreda, che questi non aveva mai resa, sarà brutalmente rinfacciata ad un altro fermato, Giuseppe Pinelli.

 

Allegati

1) verbale udienza dibattimentale 18 gennaio 1978 e relativi allegati;

2) verbale udienza dibattimentale 21 gennaio 1978;

3) verbale deposizione istruttoria 12 gennaio 1970 del col. Favali;

4) rapporto 15 dicembre 1969 del dott. Zagari;

5) verbale udienza dibattimentale 18 aprile 1974.-

 

Catanzaro, lì 7 febbraio 1978

Valpreda è innocente La strage è di Stato Giustizia proletaria contro la strage dei padroni Guida al processo a cura del Soccorso Rosso 1972

24 giugno 2011

 

Il 23 febbraio è fissato al Tribunale di Roma l’inizio del «Processo Valpreda». Finalmente la classe dominante è costretta a riportare in «pubblico» – attraverso la sua magistratura – tutta la questione delle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre 1969. Diventati ad un tempo «capro espiatorio» giudiziario e pretesto politico per la strage di Stato, Valpreda e gli altri compagni anarchici si trovano da più di 2 anni in carcere senza alcuna prova attendibile a loro carico, mentre ormai sono schiaccianti le prove della responsabilità materiale dei fascisti e del loro diretto collegamento politico e finanziario non solo con certi settori del padronato italiano e degli organi dello Stato, ma anche, a livello internazionale, con le centrali di spionaggio e di provocazione dei colonnelli greci (KYP) e dell’imperialismo (USA).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le lotte…

Nelle lotte del 1969 – prima con l’esplosione spontanea del maggio-giugno alla FIAT e alla Pirelli e poi con la generalizzazione dell’autunno caldo – l’autonomia operaia aveva attaccato direttamente i padroni nei momenti fondamentali della struttura di potere, mettendo in crisi la produttività e l’intensificazione dello sfruttamento, ponendo in questione le radici stesse del modo di produzione capitalistico.

In questa situazione – con un’escalation che dagli attentati «greci» del 25 aprile (alla Fiera di Milano e alla Stazione), attraverso la scissione «americana» del P.S.U. nel luglio e gli attentati dell’agosto ai treni, arrivò alle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre, precedute da una catena di circa 200 attentati terroristici – si sviluppò quella strategia della tensione che ebbe come momento culminante proprio la strage di  Stato.

L’uso politico…

Le bombe del 12 dicembre le fecero mettere i padroni, ma non tutti i padroni. Tutti i padroni però le utilizzarono e ne gestirono le conseguenze politiche e sociali.

Tutto uno schieramento della classe dominante – borghesia della piccola e media industria e della rendita fondiaria, alti gradi delle burocrazie statali, amplissimi settori della destra politica – considerava la «strage» come il punto di partenza di un disegno strategico che – partendo dai rancori della cosiddetta opinione pubblica contro il movimento operaio – determinasse un preciso spostamento a destra, con progetti che andavano dalla «Repubblica presidenziale» dei socialdemocratici e dei democristiani fino al golpe fascista di Junio Valerio Borghese.

D’altra parte, tutto l’altro schieramento della classe dominante – il capitale monopolistico-finanziario, i grandi padroni «tradizionali» (Agnelli e Pirelli) e i managers dell’industria di Stato, le forze «democratiche» dell’area governativa, i settori «moderati» dell’apparato statale – utilizzò immediatamente le bombe, anche se non le aveva ordinate, come strumento di ricatto anti-operaio e come occasione di un violento attacco repressivo contro le avanguardie di lotta.

Proprio sui morti di Piazza Fontana, la borghesia italiana ritrovò la convergenza dei propri interessi e avviò il tentativo di ricomporre la sua unità di classe: fece chiudere i contratti e ricostituì il governo di centro-sinistra, scatenando la più dura e violenta repressione.

Per parte loro, i partiti della sinistra istituzionale non solo permisero quest’offensiva, ma attaccarono essi stessi in modo diretto le lotte operaie nelle fabbriche, rilasciando la parola d’ordine della produttività (cioè dell’intensificazione dello sfruttamento) e delle riforme (cioè della razionalizzazione dello sviluppo capitalistico).

La strage…

Se i rapporti di forza, sul piano politico generale saranno completamente favorevoli alla classe dominante essa cercherà di arrivare direttamente alla condanna di Valpreda per «ragion di Stato». Ciò equivarrebbe a un tentativo apertamente reazionario di radicalizzare l’attacco repressivo già in atto contro il proletariato e le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, nei confronti delle quali oggi viene fatto sempre più pesantemente ricorso alla minaccia e all’intimidazione della legge borghese e dei suoi tribunali – vedi il processo a Potere Operaio e a Proletari in Divisa – Ciò equivarrebbe a una sorta di «reinnesco politico» delle bombe di Milano e Roma.

Non è da escludere, tuttavia, la possibilità che, durante il processo, prevalga quella tendenza della classe dominante che, per evitare i pericoli di una radicalizzazione dello scontro politico sulla strage di Stato, già da molti mesi sta cercando di spoliticizzare tutta la vicenda trasformando il processo in una specie di grosso caso giudiziario su cui si dovrebbero confrontare «colpevolisti» e «innocentisti».

Da questa seconda ipotesi la borghesia potrebbe ricavare un recupero del prestigio democratico delle sue istituzioni, soprattutto della sua Magistratura.

Da parte loro le organizzazioni del movimento operaio ufficiale, che si presentano al processo con la parola d’ordine «sia fatta luce», giocheranno un ruolo completamente subalterno alla classe dominante, perché chiedere agli organi dello Stato di far luce sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare una patina di democraticità proprio a quella magistratura che è stata uno dei principali strumenti di copertura della strage stessa.

D’altra parte essi arriveranno al massimo ad ottenere una assoluzione di Valpreda per insufficienza di prove chiudendo tutto con il compromesso più squallido e mistificante.

Far ricadere…

Al Processo Valpreda il vero imputato dovrà essere lo Stato borghese. Ciò sarà possibile solo nella misura in cui al diritto della borghesia – che si «celebra» nei tribunali, ma si fonda realmente sulla violenza strutturale e sistematica dello sfruttamento capitalistico – si contrapporrà radicalmente il diritto del proletariato, che non si esprime nell’accettazione delle «regole del gioco» imposte dalla classe dominante nelle sue istituzioni, ma si realizza invece col rovesciamento dei rapporti di forza nello scontro politico e di classe.

Sarà dunque lo sviluppo della lotta di massa a tutti i livelli (dentro e fuori Ie aule del tribunale) che potrà effettivamente imporre la giustizia proletaria contro la strage dei padroni.

Quest’opuscolo vuol essere un semplice strumento di documentazione su persone e fatti connessi alla «strage di Stato», un contributo per la campagna che dovrà svilupparsi in tutto il paese non solo per imporre la verità rivoluzionaria sugli avvenimenti del 12 dicembre ’69, ma soprattutto per far comprendere a settori sempre più vasti della classe operaia e degli altri strati sociali sfruttati, come la «strage di Stato» (e così pure l’assassinio di Pinelli, l’eliminazione degli altri testimoni, ecc.) sia stata soltanto il risvolto più appariscente della violenza quotidiana che la logica borghese del profitto e dello sfruttamento esercita su milioni di proletari e come anche le bombe di Milano e Roma abbiano costituito un’anticipazione degli strumenti che sempre più sistematicamente la criminalità capitalistica porrà in atto quanto più si radicalizzerà lo scontro di classe.

 

 

 

 

 

 

 

 

Valpreda

Come la polizia e la magistratura italiana hanno costruito un dinamitardo

La polizia italiana sceglie Valpreda come l’imputato n. 1 della strage di Stato che si sta preparando già dagli attentati ai treni dell’agosto ’69, dopo che si è rifiutato di collaborare (nel loro linguaggio si dice così fare l’infiltrato e la spia), ed ha rifiutato anche la 500 nuova fiammante che la polizia vuole regalargli a tutti i costi. É da allora infatti che incomincia la persecuzione. Ardau e Di Cola, due compagni anarchici, testimoniano che Valpreda è continuamente pedinato dalla polizia e che riceve intimidazioni continue ed assurde. A ottobre gli ritirano il passaporto. A novembre viene provocata a bella posta una rissa a Trastevere, dove Valpreda viene picchiato da un gruppo di giovinastri, e dove la polizia inventa che Valpreda avrebbe difeso una bomba scoppiata in Spagna – nessuna bomba è scoppiata in quel periodo – e di qui la reazione e le botte dei presenti.

Si comincia a costruire il dinamitardo.

Da questo momento in poi Valpreda diventa l’anarchico più fotografato del mondo: gli schedari di polizia si riempiono di sue foto, qualcuna addirittura a colori, già bella e pronta per essere stampata (v. la foto pubblicata su Epoca, subito dopo gli attentati, presa durante una manifestazione.

La macchinazione continua

Sempre in funzione di Valpreda viene creato il circolo 22 marzo, composto da un po’ di anarchici, dal fascista Merlino, che per l’occasione fa I’anarchico, e da un poliziotto travestito anche lui da anarchico, Salvatore Ippolito, di cui parleremo più avanti.

Il 12 dicembre, due ore dopo lo scoppio della bomba di Piazza Fontana, senza. avere avuto ancora nessuna informazione da Roma, il futuro assassino di Pinelli, il commissario Calabresi, cerca a Milano il pazzo e dinamitardo Valpreda.

Poi quello che tutti sanno: Valpreda viene incarcerato e imputato, insieme ad altri, della strage.

Tutti gli alibi che servono a dimostrare la sua innocenza vengono sistematicamente rifiutati. La zia dice che quel giorno era a letto ammalato; e la zia sarà imputata di falsa testimonianza. E’ chiaro che per la magistratura italiana non tutte le zie sono uguali. Per esempio, c’è la zia di un fascista, un certo Pecoriello, che il 12 dicembre era a Roma, e che i compagni della controinchiesta ritengono che sappia parecchie cose sulle bombe – il giudice Cudillo è costretto a interrogarlo. Che cosa faceva a Roma il 12 dicembre? Era a letto ammalato: lo testimonia la zia. Questa zia alla magistratura italiana sta bene, e Pecoriello può restare tranquillo.

La costruzione del mostro

E la magistratura italiana, nelle persone di Cudillo e Occorsio, con la piena complicità di partiti politici e organi di stampa – tutti, nessuno escluso – può continuare indisturbata la costruzione del mostro. Dopo averlo definito “ballerino non classico” (in quel “non” c’è quasi un rimprovero) Cudillo dice di lui che il suo motto è «Lucifero, Satana, Belzebù» e Occorsio scrive: «Pietro Valpreda appaga la sua esistenza solo nelle “bombe”, la “dinamite”, il “sangue”». Dichiarazioni cretine, ma che si inseriscono perfettamente in tutta la gestione teatrale con cui lo Stato borghese ha condotto la messa in scena della strage. Il principale imputato deve apparire come la «belva umana», l’uomo per cui nessuno può provare pietà, un anarchico che deve appagare la sua sete di sangue. E si è scelto l’uomo giusto: non solo infatti Valpreda è anarchico ma è anche un ballerino non classico, e, quel che è peggio per lui, è anche un «ballerino zoppo», cioè il fallimento completo.

E proprio su questa invenzione assurda si basa la testimonianza definitiva: quella di Rolandi, che dice di averlo portato in taxi alla banca, con borsa, e di averlo poi ripreso senza borsa – e tutto questo per un percorso complessivo di 300 metri. E se ci si chiede perché per un percorso così breve il nostro avrebbe preso il taxi, con tutti i rischi che questo comportava, l’istruttoria ha già pronta la risposta: perché è malato, zoppica, ha il morbo di Burger, non può camminare.

Lo zoppo avrebbe dovuto ballare tre giorni dopo a Canzonissima, ma non importa.

Gli altri imputati

Ma Valpreda solo non bastava; belva sì, ma senza il dono dell’ubiquità. Ci volevano i complici: e i complici erano già belli e pronti in quel circolo 22 marzo creato apposta. Gli altri imputati sono 8, tutti messi dentro con accuse ancora più inconsistenti di quelle di Valpreda; basta a farli ritenere colpevoli l’amicizia con il ballerino e la frequenza al 22 marzo. Le imputazioni si reggono sul nulla, per lo più dichiarazioni del fascista Merlino e del poliziotto spia 007.

Per GARGAMELLI, imputato di aver messo la bomba alla Banca del Lavoro e quindi di corresponsabilità nella strage, basta a farlo incriminare il fatto che suo padre lavorasse proprio in quella banca e, perciò, si dice, la conosceva bene. La testimonianza che lo incrimina è quella di Ippolito, che interviene sempre a richiesta, per tappare i tanti buchi dell’istruttoria «la polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre»; l’ha detto Borghese, un altro imputato, giura l’Ippolito.

E BORGHESE che avrebbe fatto? Sempre, secondo Ippolito, avrebbe detto, dopo le bombe «Così i capitalisti impareranno a non depositare i soldi in banca». Per Cudillo basta e avanza!

Poi c’è MANDER: avrebbe messo le bombe all’altare della patria perché «fanatico». Ma l’accusa non regge proprio; chi ha messo le bombe all’altare è il fascista Cartocci, e c’è anche chi l’ha visto e Cudillo lo sa. Mander è un imputato troppo scomodo. Allora lo si scarcera, e siccome non si può dichiararlo innocente, lo si dichiara «immaturo» (poco importa se l’immaturo ha preso la maturità in carcere) e quindi non responsabile.

«I frequentatori del 22 marzo sono individui privi di una comune fede politica, disadattati, asociali, esaltati, che si ritrovano uniti nell’odio per il sistema». «I più giovani hanno interrotto ogni colloquio con i propri familiari (Gargamelli, Borghese, Mander) e rinnegano anche i vincoli di sangue».

Sono parole di Occorsio che sottolinea anche «Gli obiettivi prescelti indicano manifestamente che il gruppo operante ha voluto colpire alcune espressioni e simboli della società tradizionale: le banche, gli uomini d’affari, i possidenti agricoli, il simbolo della patria» (Almeno Occorsio parla chiaro: la patria è la patria dei padroni!).

Poi ci sono tutti gli altri, e per tutti lo stesso castello di montature e di menzogne.

Pinelli assassinato dalla polizia

Il «complice» che non si trova

Allora, ricapitolando, le bombe sarebbero state messe così: Valpreda alla banca dell’agricoltura, Mander all’altare della patria, Gargamelli alla banca del lavoro. Ma c’è una banca rimasta scoperta: la Banca Commerciale di Milano, in cui la bomba è stata messa, ma non è esplosa; di conseguenza ci deve essere ancora un complice di Valpreda da trovare. Nella sua requisitoria Occorsio accenna più volte a questo complice con cui Valpreda si sarebbe incontrato a Milano prima della strage, senza però mai nominarlo. Poi confessa l’incapacità di scoprirlo, e aggiunge che comunque… non sarebbe incriminato per strage, dato che la bomba non è scoppiata. Il complice non si trova perché non si è riusciti a incriminare Pinelli. Pinelli è portato in questura il 12 dicembre, appena scoppiano le bombe; bisogna a tutti i costi farlo rientrare nella versione già bella e pronta che magistratura e polizia intendono dare degli attentati, risalendo fino a quelli del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni; Pinelli avrebbe preso parte a tutti, sarebbe lui l’elemento coordinatore. Si tratta solo di farlo «confessare». Pinelli rimane in questura 4 giorni, e solo al terzo c’è un verbale di fermo, perché «esistono gravi indizi a suo carico». Infatti, secondo la polizia, dato che era l’unico ferroviere anarchico della stazione di Milano, è l’unico che può aver messo le bombe. Ma non trovano proprio il modo di incriminarlo, Pinelli si rifiuta di firmare qualsiasi verbale e cosi lo buttano dalla finestra. Gli assassini sono: il commissario Calabresi, il tenente Lo Grano, i brigadieri Mucilli, Panessa e Caracuta. Immediatamente sono fissate le prove «evidenti» della colpevolezza: Pinelli si è «suicidato» e, secondo il questore Guida, «il suicidio è un evidente atto di autoaccusa»; infatti «era fortemente indiziato di concorso in strage. Il suo alibi era caduto… Si è visto perduto». In un rapporto del 22/1/70 il capo della polizia Allegra dichiara che Pinelli era implicato in tutte le bombe dall’aprile al 12 dicembre 1969.

Ma la verità comincia a farsi strada e la sinistra rivoluzionaria conduce sui suoi giornali una campagna per spiegare il significato delle bombe e denuncia l’assassinio di Pinelli, e ne porta le prove. Magistratura e polizia si attestano allora su una linea difensiva. Pinelli non solo viene dichiarato innocente, ma addirittura Calabresi, dirà senza nessun pudore che Pinelli è stato fermato solo per dei chiarimenti, ma che era al di sopra di ogni sospetto. Ma i suoi assassini restano indisturbati, protetti da tutto l’apparato dello Stato, e Occorsio liquida così tutta la faccenda nella sua requisitoria sulle bombe: «Il nominato (Pinelli) mentre era in stato di fermo nei locali della questura, in un momento di sconforto, raggiungeva una finestra e si lanciava nel vuoto sfracellandosi al suolo… Non sono stati raccolti né elementi di prova, né indizi che lo leghino all’attività di Valpreda il 12 dicembre».

Il complice non si è trovato, e la strage ha fatto una vittima in più.

Un imputato non previsto: Merlino

Il gioco è stato più grosso di lui

Ma tra gli imputati ce ne è uno che non era previsto, il fascista Merlino. Chi è Merlino? Per anni, si è infiltrato tra i compagni, facendo l’informatore di professione per conto del fascista Delle Chiaie, che poi passava le informazioni al Sid ex Sifar. Nel 22 marzo il suo ruolo è stato quello di agente provocatore, e durante l’istruttoria le sue dichiarazioni sono servite a Cudillo per aggravare la posizione dei compagni, un vero e proprio teste a carico, più che un imputato.

E’ Merlino che dichiara: «Il 28 novembre Roberto Mander mi chiese di procurargli dell’esplosivo… Il 10 dicembre Mander mi confermò l’esistenza di un deposito di armi e di munizioni sulla via Casilina (mai trovato, naturalmente!). Ed è sempre lui che informa che il motto di Valpreda era: Bombe, sangue, anarchia! (Quanti motti ha questo povero Valpreda!). E così via con i suggerimenti e le supposizioni più varie, naturalmente sempre bene accolti.

Sono dichiarazioni che il vigliacco in parte fa per scagionarsi: infatti il gioco è stato più grosso di lui; Merlino faceva il provocatore, ma era una pedina a sua volta, e non era certo a conoscenza del programma completo della strage. Infatti non si procura un alibi inconfutabile per quel giorno, e la magistratura è costretta a incriminarlo; in quanto tra i più in vista del 22 marzo.

Ma per Occorsio tutti i fascisti sono brave persone, ed è inconcepibile per lui l’idea di un fascista che possa fare l’infiltrato e la spia. Ma qui c’è la scappatoia già bella e pronta: Occorsio è un sottile psicologo (tutta l’istruttoria è piena di sue annotazioni psicologiche pseudoscientifiche sulla personalità dei vari imputati – la borghesia preferisce sempre parlare di «caratteri» anziché di politica -) e cosi il fascista spia e infiltrato diventa una specie di esteta, per cui «la sperimentazione di ogni forma di ribellione dall’estremismo di destra a quello di sinistra, costituisce in realtà la ricerca di emozioni sempre più violente»; (bravo: in così poche righe è riuscito anche a farci entrare il discorso degli opposti estremismi).

Le testimonianze inventate

007

Questi dunque gli imputati e le imputazioni. Ma la macchinazione per avere almeno una parvenza di credibilità, deve basarsi anche su delle «testimonianze». E, come si sono trovati degli imputati, adesso si trovano anche dei testimoni. Uno è già lì, bello e pronto. E’ Salvatore Ippolito, detto anche Andrea 007, messo apposta nel circolo 22 marzo, travestito da anarchico, per poterlo poi usare come testimone a carico.

Le motivazioni ufficiali della Questura sono altre che la magistratura naturalmente avvalla: «Sin dall’estate del 1969 l’ufficio politico della questura di Roma aveva ritenuto opportuno disporre che la guardia di PS. Salvatore Ippolito, prendesse contatto, sottacendo la propria qualità e fingendo interesse per le idee anarchiche, …con Valpreda, Merlino e i loro compagni».

«L’Ippolito, che nel suo lavoro di informatore si faceva chiamare Andrea, comincia quindi a riferire e riferisce al Commissario Capo, dott. Spinella, quanto apprende nell’ambiente da lui controllato. Grazie alle informazioni fornite da “Andrea” vengono prevenute ed impedite alcune azioni terroristiche del gruppo 22 marzo» (dalla requisitoria di Occorsio).

A questo punto ci si chiede perché, a parte le rivelazioni sulle inesistenti azioni terroristiche cui si riferisce Spinella, l’informatore non avesse detto niente al suo ufficio politico sulla strage che si stava preparando, visto che il suo mestiere era appunto quello. Qui vengono fuori le contraddizioni più grosse, e anche se polizia e magistratura fanno e gara per farne un testimone credibile, la montatura è troppo grossolana per reggere.

Fa addirittura ridere.

La dichiarazione di Provenza, vicequestore di Roma: «L’Ippolito non si poteva scoprire»; (per questo non avrebbe potuto muovere un dito per le bombe). Ed è in aperta contraddizione con quanto afferma invece la requisitoria, che sostiene più volte, anche se con date diverse, che l’Ippolito all’interno del 22 marzo si era già scoperto da un pezzo, e perciò non sarebbe stato più messo a parte dei piani dinamitardi che si stavano preparando, e costretto quindi all’impossibilità di agire. Su questo punto la stessa magistratura si contraddice per parecchie volte: la fiducia degli anarchici il nostro 007 l’avrebbe persa già da novembre; poi inspiegabilmente, siccome c’è bisogno di tappare un buco dell’istruttoria, di colpo la fiducia gli è restituita tutta intera, e proprio il 14 dicembre, subito dopo la strage, Borghese non solo si sarebbe mostrato molto preoccupato per le sorti della poliziotto spia, che per due giorni non aveva più visto, ma arriverebbe al punto di confidargli: «La polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre».

Allora, qui non ci sono altre alternative: o l’Ippolito era coperto agli occhi degli anarchici, e, allora, anche se non troppo intelligente, avrebbe dovuto sapere tutto e di conseguenza riferire; o era scoperto, come si afferma ripetute volte nell’istruttoria, e allora Borghese, ammesso che fosse colpevole, non gli avrebbe certo dichiarato certe cose. Conclusione: o la polizia è complice delle bombe perché pur sapendo non le ha impedite, o la magistratura è connivente con i mandanti della strage, perché accetta per buone tutte le panzane di Ippolito, pur sapendo che sono invenzioni, perché non si capisce come se prima era sospetto non lo fosse anche dopo le bombe, quando la sua pericolosità si è ancora accresciuta.

In realtà nell’istruttoria il poliziotto Ippolito ha un ruolo ben preciso e prezioso, analogo a quello del fascista Merlino: confutare gli alibi degli accusati, e su questo punto polizia e magistratura si trovano perfettamente d’accordo.

Il supertestimone

La triste fine di «una persona onesta»

Ma la regia della strage è stata molto più accurata; oltre al testimone che confuta gli alibi degli accusati (Ippolito), ci vuole anche un supertestimone, qualcuno che appaia del tutto insospettabile, persona onesta, completamente al di fuori degli avvenimenti, di cui è appunto «testimone» disinteressato e casuale, qualcuno che la provvidenza stessa ha messo sul cammino della giustizia, CORNELIO ROLANDI, milanese, di professione tassista e attendibile.

Tanto onesto in realtà il Rolandi non è; dicono di lui i giornali che si sono occupati del caso che è un probabile confidente della polizia, semialcolizzato, particolarmente attaccato al denaro. L’Avanti poi ha scritto, mai smentito, che ha subito una condanna per violenza carnale.

Per farlo apparire più credibile e insospettabile, hanno cercato di farlo passare come un iscritto al PCI. Peccato che di tessere Rolandi ne avesse due, quella del PCI e quella del MSI.

Ce n’è abbastanza per una «persona onesta!».

Cominciamo a vedere la casualità della sua testimonianza: tanto casuale non sembra: infatti la sera del 12 il nostro Rolandi, dopo le bombe, si è messo in contatto con la polizia milanese, attraverso un agente. Tutto questo naturalmente non compare agli atti; ma c’è un compagno che intercetta sulla sua radio-ricevente l’ordine della polizia di portare Rolandi in questura, nello stesso pomeriggio del 12 dicembre. Due fonti «insospettabili» confermano questa circostanza (anche i giornali dei padroni talvolta sono un po’ distratti): Il Corriere della Sera e la Domenica del Corriere. Invece agli atti risulta tutt’altro; una crisi di coscienza avrebbe preso il nostro taxista quando si è reso conto di essere stato proprio lui a trasportare la «belva umana» alla banca, con borsa e relativa bomba.

Qualche giorno di macerazione interiore era necessario, e andava meglio nella regia complessiva della strage.

La polizia milanese, nella persona del questore Guida, aveva dichiarato infatti alla televisione che si stavano seguendo tutte le piste possibili, a destra e a sinistra; bisognava perciò lasciar passare un po’ di tempo prima di arrivare a Valpreda, per dare l’impressione di una inchiesta accurata e condotta in modo imparziale. La mattina del 15 improvvisamente Rolandi decide di togliersi questo peso dalla coscienza (così risulta agli atti) e dichiara a uno stupefatto cliente (colpo maestro di regia!) che è stato lui a trasportare l’autore della strage sul posto del delitto. Incomincia la girandola degli interrogatori, delle dichiarazioni alla stampa: tutti gli occhi sono puntati sul supertestimone. In perfetta sintonia, la stessa mattina del 15 Valpreda è arrestato nei corridoi del Palazzo di Giustizia, mentre esce dall’ufficio di Amati dove era stato convocato per una testimonianza.

A parte le contraddizioni che vi sono tra la dichiarazione che Rolandi fa al passeggero (il prof. Paolucci) e la deposizione resa ai carabinieri, la montatura complessiva appare chiara dall’esame del ruolino di marcia del taxista, che è obbligatorio compilare alla fine di ogni corsa: la corsa n. 8, quella che avrebbe trasportato Valpreda alla banca di piazza Fontana, è scritta con una scrittura diversa dalle altre, e l’indicazione del prezzo di questa corsa, lire 600, non corrisponde a nessuna tariffa in uso.

Il supertestimone ha ecceduto anche nello zelo: la borsa del passeggero? Certo, se la ricorda benissimo: non solo manico, cerniera, proprio come quella fotografata sul Corriere della Sera. Invece la borsa usata per gli attentati risulterà diversa da quella pubblicata per errore dal Corriere della Sera. Il nostro evidentemente si è fidato troppo dei giornali.

La criminale messinscena ha il suo punto culminante in quella che dovrebbe essere la fase determinante della testimonianza di Rolandi: il riconoscimento di Valpreda. Lasciamo parlare lui stesso:

– In un primo tempo dichiara che non gli era mai stata mostrata nessuna fotografia di Valpreda, e aggiunge che quando si trattò di fare l’identikit, lui parlava e un carabiniere disegnava.

– Poi un’altra volta dice: «Riconobbi il passeggero nella fotografia mostratami per la prima volta in questura. Erano presenti sia i Carabinieri che i funzionari di polizia». E ancora, durante il confronto con Valpreda dichiara al magistrato: «Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere della persona che dovevo riconoscere».

– Durante il confronto – un Valpreda esausto, accanto a degli inconfondibili poliziotti, più vecchi di lui, ben vestiti e pettinati – Rolandi esclama: «Sì, è lui» e poi aggiunge sottovoce: «Mah! Se non è lui qui non c’è…».

Questa, in sostanza, più mille altre contraddizioni che abbiamo tralasciato, che la difesa rivoluzionaria farà saltar fuori nel corso del processo, è la testimonianza su cui si regge tutta l’accusa. Ma un testimone così poteva garantire di reggere al processo? Che credibilità poteva avere? Rischiava di trasformarsi in una prova non della colpevolezza di Valpreda, ma della macchinazione complessiva della strage di stato. L’infelice esito della superteste Zublena era stato istruttivo. Ma anche a questo si è posto rimedio: il 23 giugno ’70 Rolandi viene ricoverato in ospedale per insufficienza epatica. I medici dichiarano che le sue condizioni di salute sono buone, ma Cudillo, si fa rilasciare ugualmente una testimonianza firmata «a futura memoria», valida in tribunale anche in caso di morte del teste (l’avvocato difensore di Valpreda non è nemmeno presente, come dovrebbe, alla stesura di questa testimonianza).

Ha fatto bene Cudillo ad essere tanto previdente, perché il 16 luglio 1971 il superteste, diventato ormai una presenza scomoda, muore nella sua abitazione. Uno in più nella lunga lista dei testimoni morti!

Le testimonianze ignorate

Fascetti

Come già si è fatto per i parenti di Valpreda, incriminati per falso, così tutte le altre testimonianze a suo favore vengono sistematicamente annullate, con tutti i mezzi possibili, nessuno escluso.

Il compagno Fascetti quando sa che una delle prove della colpevolezza di Valpreda consisterebbe nel fatto che il giorno 13 se ne è venuto di corsa a Roma, per accordarsi con gli altri presunti complici, dopo la strage, passando al ristorante Ancora, si rende conto che tutte le testimonianze costruite sulle chiacchiere che Valpreda avrebbe fatto ai ristorante in quella data sono false, perché si riferiscono a episodi di due settimane prima a cui Fascetti era presente.

Allora va da Cudillo per testimoniare. Per parecchie volte il giudice istruttore non lo riceve neppure; poi lo riceve, ma per due volte di seguito non mette a verbale le sue dichiarazioni; la terza volta, costretto da un compagno avvocato lì presente, verbalizza. Ma la legge dei padroni è fatta in modo da non lasciarti spazio, tutte le volte che loro lo vogliono. Infatti c’è un modo molto comodo per eliminare un testimone scomodo: trasformarlo da testimone in imputato. E così fa Cudillo con Fascetti, incolpandolo subito di complicità nella strage. Una accusa pesante, che non può reggere, perché basata sul nulla (gli imprevisti ci sono per tutti, e questo caso non era previsto), tanto che Fascetti viene subito prosciolto senza che a suo carico venga neppure fatta una inchiesta. Il Cudillo conosce bene le regole del gioco, e sa che anche le macchinazioni vanno ben costruite.

Ma resta il fatto che, per quella imputazione, la sua testimonianza ha perso ogni valore.

Il 30 ottobre 1971 il compagno Fascetti è investito da una automobile, e si sveglia all’ospedale in stato di choc non ricordando più nulla dello incidente.

Di Cola e Ardau

L’eliminazione dei testimoni scomodi continua. Enrico Di Cola e Sergio Ardau, i due anarchici romani in grado di testimoniare sul controllo esasperante che la polizia romana esercitava su Valpreda prima della strage come «reo» predestinato, sono anche concordi nell’affermare che i carabinieri romani e la polizia milanese «sapevano» già che Valpreda era colpevole circa un’ora dopo lo scoppio delle bombe, mentre il questore Guida dichiarava alla stampa e alla TV che «si stavano svolgendo indagini in tutte le direzioni». Il 12 dicembre, a Roma, Di Cola, dopo una perquisizione in casa, viene portato alla sezione criminale. Qui viene picchiato e ricattato: vogliono che firmi un falso verbale in cui dichiari che ha visto partire Valpreda da Roma con una «scatola da scarpe» piena di esplosivo (evidentemente i cervelli della polizia hanno avuto delle difficoltà per mettersi d’accordo sul contenitore dell’esplosivo «per andare a fare la strage». E per persuaderlo insistono: «Insomma, lo vuoi capire che non ce l’abbiamo con te, ma ci serve qualcuno per la strage». Quando il compagno rifiuta, si passa alle minacce di morte: «…Ricordati che ti possiamo uccidere come e quando vogliamo, tanto poi nessuno saprà mai cosa veramente è successo… Possiamo sempre dire che è stato un incidente… chi vuoi che non ci creda?». La polizia dei padroni, quando può parla chiaro e giustamente non teme la legge perché sa che è sempre dalla sua parte. «Adesso ti lasciamo, ma possiamo sempre riprenderti e dopo che avrai assaporato un po’ di libertà sarà ancora più duro andare dentro».

Nel gennaio 1970 infatti è spiccato mandato di cattura contro Di Cola; il compagno riesce a scappare, ma ora è costretto a vivere sotto falso nome all’estero: un altro testimone eliminato.

Contemporaneamente a Milano, sempre la sera del 12 dicembre, Ardau è portato in questura, con un pretesto, e arrestato poi per aver trasgredito al foglio di via obbligatorio firmato da Guida. Le bombe sono scoppiate da appena un’ora e quarantacinque minuti e già Calabresi, Zagari e Panessa, gli assassini di Pinelli, sostengono ehe Valpreda è l’autore della strage. Sulla scrivania di Zagari ci sono i frammenti della bomba di piazza Fontana, che veramente dovrebbero già trovarsi nella cassaforte del magistrato, e vorrebbero che Ardau li toccasse; la polizia sta cercando ovviamente un «complice» o un «responsabile della strage» di ricambio e gli andrebbe proprio bene se Ardau lasciasse le sue impronte digitali sulla bomba.

Anche ad Ardau tocca la stessa sorte di Di Cola: dopo essere stato scarcerato riceve continue minacce di morte ed è costretto a fuggire in Svezia.

I veri esecutori della strage

Il silenzio di Stato

La collaborazione tra magistratura e polizia non si esaurisce nella delittuosa macchinazione che usando gli anarchici come capro espiatorio giudiziario, mira a colpire tutta la sinistra rivoluzionaria, ma tende logicamente a coprire i veri esecutori della strage, e quindi i padroni e lo Stato dei padroni che ne è il mandante. Infatti, con sistematicità programmata, tutte le prove a carico dei fascisti vengono ignorate o soppresse. Lo stesso silenzio, la stessa complicità nel coprire i veri esecutori della strage e i loro mandanti la ritroviamo anche più in alto, fino alle cariche supreme dello Stato.

Le testimonianze contro i fascisti

Ambrosini

Il 15 gennaio l970 l’onorevole Stuani, ex deputato del PCI, consegna al ministro degli Interni Restivo una lettera dell’avvocato Vittorio Ambrosini (il ministro ne aveva già ricevuta una in data 13 dicembre). La lettera contiene delle rivelazioni gravissime sulla responsabilità dei fascisti nella strage, rivelazioni che lo stesso Stuani ha portato contemporaneamente anche a conoscenza del PCI. Ma il ministro degli Interni e il partito comunista hanno entrambi preferito tacere, e il contenuto della lettera sarà reso noto al pubblico soltanto nel luglio ’70, quando i compagni avvocati costringono Cudillo ad interrogare Stuani.

Stuani dichiara allora a Cudillo che Ambrosini ha partecipato, la sera di mercoledì 10 dicembre, ad una riunione nella sede romana di Ordine Nuovo, dove, presente un deputato del MSI, era stata presa la decisione di «andare a Milano a buttare per aria tutto». Alla persona che doveva recarsi a Milano venne affidato del denaro, tre pacchi di biglietti di grosso taglio, più un assegno. Questa persona era partita la sera stessa con il direttissimo delle 23,40. L’avvocato Ambrosini si rese conto del significato della riunione solo due giorni dopo, quando seppe della strage.

E questo fatto lo sconvolse al punto che fu colto da choc e ricoverato in clinica. A Stuani disse inoltre che gli organizzatori degli attentati erano le 18 persone di Ordine Nuovo, che avevano compiuto un viaggio in Grecia. Questo, in sostanza, il contenuto delle lettere mandate a Restivo. In seguito (22 luglio) Cudillo interrogherà Ambrosini, che smentisce confusamente. Naturalmente Cudillo accetta la smentita, senza fare nessuna indagine, nonostante la testimonianza inequivocabile delle due lettere.

Ma anche Ambrosini a questo punto è diventato un testimone troppo scottante, forse il più pericoloso per i mandanti della strage di Stato, quei mandanti che bisogna coprire ad ogni costo.

Il pomeriggio di mercoledì 20 ottobre 1971, l’avvocato Ambrosini viene trovato morto nel fossato che gira intorno al Policlinico Gemelli, dove era ricoverato da settembre. Inspiegabilmente i giornali riportano la notizia del «suicidio» soltanto tre giorni dopo, sabato. Inoltre ci sono contraddizioni tra l’ora in cui secondo la stampa sarebbe avvenuto il fatto (le tre del pomeriggio) e le dichiarazioni del personale della clinica, che sostengono che Ambrosini sarebbe morto alle 12,30 circa, appena finito l’orario di visita, cioè quando delle persone estranee potevano ancora trovarsi all’interno senza farsi notare. Ma soprattutto è inspiegabile il fatto che Ambrosini si sia suicidato proprio quando stava per essere dimesso dalla clinica e a detta di tutti appariva contento e sereno.

Un altro «suicidio» si è aggiunto alla lista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Evelino Loi

Sono molte le testimonianze che confermano e rafforzano le dichiarazioni di Ambrosini e tutti i metodi sono buoni per renderle inefficaci, come nel caso di Evelino Loi. Questo sottoproletario sardo, costretto per vivere in una città come Roma, ad arrangiarsi giorno per giorno, arrivando perfino a fare l’informatore della polizia in cambio di quattro soldi a notizia, non è certo una figura di teste inattaccabile, e può prestare il fianco a molte contestazioni. Quello che qui è interessante sottolineare è il comportamento della questura romana, e precisamente dei funzionari Provenza, vicequestore, e Improta, a cui Evelino Loi va immediatamente a riferire, prima e dopo le bombe notizie che ritiene molto importanti.

Le notizie non vengono prese in nessuna considerazione, e preferiscono addirittura dimenticarsene, fin tanto che non sono costretti a intervenire per le dichiarazioni che Loi rilascia pubblicamente. Non possono smentirlo, e incriminarlo per falso come vorrebbero e riescono a liberarsene solo ficcandolo in galera per contravvenzione al foglio di via obbligatorio (gran risorsa delle nostre questure quando non sanno che pesci pigliare).

Che cosa ha raccontato il Loi?

Di essere stato avvicinato, alcuni giorni prima dello sciopero generale del 19 novembre, dal comandante Bianchini, e dal vice comandante Santino Viaggio, ex appartenenti alla X MAS, membri dell’organizzazione fascista Fronte Nazionale e collaboratori diretti del suo capo, Valerio Borghese (quello del colpo di Stato). Il Viaggio e il Bianchini gli proposero di partecipare, a pagamento, ad azioni terroristiche che avrebbero dovuto svolgersi contemporaneamente a Roma e a Milano. In un successivo contatto, dopo la manifestazione dei metalmeccanici, furono più espliciti e dissero che «poteva scapparci anche il morto», e di conseguenza gli promisero molti soldi, se avesse accettato. Questo il racconto che il Loi fece in questura prima delle bombe, per ben tre volte di seguito.

Nessuna indagine fu fatta. Il Loi torna ancora in questura, questa volta dopo la strage, per rifare il suo racconto, e il funzionario Improta lo congeda raccomandandogli di non parlarne con nessuno: «E’ meglio per te… non passi guai». Non fu mai fatto naturalmente nessun verbale.

E solo quando Loi, dopo aver raccontato queste cose ai giornalisti mostra i lasciapassare che testimoniano che è effettivamente andato in questura proprio nei giorni prima della strage, CudiIIo è costretto ad interrogare il vice questore Provenza, che smentisce come può il Loi, ma è costretto ad ammettere che effettivamente questo gli ha raccontato di essere stato avvicinato prima degli attentati dal fascista Viaggio  «per fare qualcosa». Ma nessuno farà indagini in questa direzione. Anzi, quando il Loi sarà interrogato da Cudillo e Occorsio sarà consigliato a scegliersi al più presto un avvocato di fiducia perché ciò che sta dichiarando potrebbe costituire reato. Che correttezza esemplare! In questo modo Loi non continuò più il suo racconto, e venne in seguito incarcerato per contravvenzione al foglio di via.

Arbanasich

Un esempio di come abbia proceduto sempre il giudice Cudillo negli interrogatori dei testi a carico dei fascisti lo troviamo nell’episodio dell’Arbanasich, che va a testimoniare che il suo fidanzato, certo Paolo Zanetov, fascista di Ordine Nuovo sapeva già delle bombe prima della strage.

Infatti passeggiando con lei, a Roma il pomeriggio del 12 dicembre a un certo punto aveva guardato l’orologio dicendo che ormai quello che doveva succedere era già successo (erano appena scoppiate le bombe all’altare della patria).

Il racconto di come si è svolto il confronto tra lei e lo Zanetov alla presenza di Cudillo ce lo fa la stessa Arbanasich in una dichiarazione scritta di suo pugno che Cudillo è stato costretto ad allegare agli atti del processo: «Appena entrata il giudice mi ha detto – Allora signorina il ragazzo qui ha smentito tutto. Gli racconti come si sono svolti i fatti -. Io ho detto che eravamo usciti e stavamo camminando per il centro quando ad una certa ora lui mi ha detto che quello che doveva succedere a quell’ora era già successo. A questo punto Paolo è intervenuto dicendo che era tutto falso e il giudice rivolgendosi a me ha detto – Guardi signorina che lei rischia l’arresto per falsa testimonianza – … Il giudice poi rivolgendosi a me ha chiesto quanti anni avevo. Gli ho risposto 21 e Paolo ha aggiunto – E’ pure maggiorenne -, mentre il giudice mi faceva capire che alla mia età non è il caso di andare in giro a raccontare panzane… Il giudice mi ha chiesto se ero sicura che Paolo fosse appartenuto all’Ordine Nuovo; alla mia risposta affermativa, Paolo disse che non era vero e che in quel periodo era militante nel MSI come segretario giovanile della sezione Balduina… Poi ha chiesto a Paolo perché avessi detto quelle cose, Paolo disse che la riteneva tutta una macchinazione in quanto io lavoro alla CGIL, sono «comunista»… Il giudice gli ha chiesto se poteva cercare di ricordarsi cosa avesse fatto il giorno degli attentati, e se eventualmente poteva portare dei testimoni che potessero provare che stava con loro, e quindi rivolgendosi a me ha detto che se Paolo effettivamente avesse portato questi testimoni rischiavo di essere accusata di falsa testimonianza».

L’Arbanasich ritratterà tutte. le sue dichiarazioni sullo Zanetov in un interrogatorio successivo, dopo aver subito parecchie intimidazioni e minacce anonime, oltre al rischio di essere incriminata per falsa testimonianza. L’istruttoria chiude la vicenda escludendo che lo Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12.

Lorenzon

Il 18 dicembre 1969, sei giorni dopo la strage di Stato, il prof. Guido Lorenzon, di Treviso, dichiara al sostituto procuratore locale di avere ricevuto gravi confidenze dall’amico Ventura, noto fascista veneto, collegato ad Ordine Nuovo, di professione libraio.

Il Ventura gli ha raccontato di aver finanziato direttamente tutti gli attentati ai treni dell’agosto 1969 (quelli che la questura milanese ha attribuito agli anarchici e di cui voleva incolpare Pinelli) e di aver partecipato a delle riunioni fasciste in cui fu organizzata la strage di dicembre. E il Ventura è anche in grado di descrivergli perfettamente il sottopassaggio della banca nazionale del lavoro di Roma, dove poi avvenne uno degli attentati, quello attribuito all’anarchico Gargamelli.

A questo punto Cudillo è costretto a convocare Lorenzon e Ventura a Roma per interrogarli.

La conclusione, prevedibile, di Cudillo è che «le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento».

Occorsio fa ancora di più, e dichiara ai giornalisti «Ventura è una persona onesta, un galantuomo».

Le accuse di Lorenzon tanto destituite da qualsiasi fondamento non erano, se altri magistrati sono stati costretti a riprendere in mano la vicenda di Ventura, e ad incriminarlo per attività sovversiva fascista.

Sembra che finalmente la giustizia trionfi: ma in realtà questo provvedimento rimette tutto a posto: infatti in questo modo Cudillo e Occorsio sono stati liberati dallo scomodo caso Ventura, e le accuse contro Ventura saranno molto difficilmente provate. Se ci fosse bisogno di una altra dimostrazione che tra cani non si mordono, basta ricordare la dichiarazione del magistrato che ha incriminato Ventura, il quale per giustificare Cudillo che non ha preso in nessuna considerazione le dichiarazioni di Lorenzon, arriva al punto di dire che il giudice romano non conoscendo il veneto «non ha potuto valutare le sfumature dialettali» e per questo non ha proceduto contro il Ventura.

Ugo Lemke

Un nuovo modo per far fuori un testimone scomodo

Oltre alle dichiarazioni generali dei testimoni che indicano nei fascisti i veri esecutori della strage, c’è anche chi i fascisti li ha visti proprio all’opera. Il 13 dicembre 1969, a Roma, poche ore dopo lo scoppio delle bombe un giovane studente tedesco in viaggio per I’Europa, Ugo Lemke, si presenta spontaneamente alla caserma dei carabinieri di Píazza in Lucina, e qui racconta che poco tempo prima, a Palermo, aveva incontrato in un bar tre giovani: Salvatore, Nino Manchino e Stefano Galatà, che lo avevano portato a Catania su una Fiat 124 bianca da una persona che gli aveva proposto un «lavoretto»: depositare una borsa contenente esplosivo in un luogo affollato, che gli sarebbe stato comunicato all’ultimo momento. Il giovane aveva rifiutato ed era partito per Roma, dove aveva trovato da dormire nelle catacombe vicine all’altare della patria, un posto dove si rifugiano sovente i giovani stranieri in viaggio con pochi soldi. Qui il 12 dicembre sente l’esplosione delle bombe; si precipita fuori e vede allontanarsi «senza ombra di dubbio» verso una 124 bianca Stefano Galatà e altri. In caserma gli fanno vedere allora dei fermati e tra questi riconosce un altro degli attentatori. E’ il fascista Giancarlo Cartocci. (Questo riconoscimento è messo a verbale in modo completamente falsato, per cui perde ogni valore di prova).

Lemke, che il capitano dei carabinieri definisce un esaltato, viene dichiarato teste a disposizione, tanto a disposizione che lo tengono dieci giorni in carcere.

Qualche mese dopo scatta la trappola: nella stanza in cui dorme, dove ha ospitato uno sconosciuto, la polizia «scopre» dieci chili di hascish. Il trucco è vecchio, ma funziona sempre. Lemke è arrestato e internato nel manicomio criminale di Perugia. Il pubblico ministero che lo fa condannare a 3 anni è Occorsio

Ma i fascisti non si toccano

Cartocci

E’ un fascista romano, legato a Ordine Nuovo, uomo di fiducia di Mario Tedeschi, direttore del Borghese. Fermato la notte del 12 dicembre dai carabinieri e identificato appunto da Ugo Lemke come uno di quelli che subito dopo lo scoppio si allontanarono dall’altare della patria, Cartocci viene rilasciato, senza che gli venga chiesto nulla. Un giornalista romano nel marzo ’70 fa il nome di Cartocci, insieme,. a quello di Pino Tosca, fascista torinese di Europa e Civiltà: i due avrebbero partecipato ad una riunione «riservatissima» per preparare tutta una serie di attentati. (Gli attentati ci furono a Torino, Pavia, Nervi, Valtellina e a Roma). Intanto uno dei fermati della notte del 12 dicembre racconta nella sua deposizione l’episodio del riconoscimento. Cartocci allora viene interrogato.Ecco quanto riferisce Occorsio: «Nulla è stato in grado di riferire sugli attentati del 12 dicembre. Successivamente lo stesso Cartocci ha dapprima dichiarato ad elementi di P.S. di essere informato di cose relative agli attentati ed in un secondo tempo che nulla sapeva su quei fatti. Convocato dall’autorità giudiziaria è risultato irreperibile per alcuni mesi. Allo stato è acclarato soltanto che il Cartocci è uno studente militante in formazioni di estrema destra e che si è posto in luce come partecipante a varie manifestazioni, mentre non esistono prove o indizi di sorta che possano farlo ritenere complice negli attentati del 12/12/69».

Galatà

Il caso di Cartocci è forse esemplare per chiarire la complicità tra magistratura e fascisti, ma ce ne sono molti altri e tutti altrettanto gravi. Quando Cudillo deve fare indagini su Galatà, dopo la deposizione del Lemke, non chiama neppure Galatà a deporre, ma si accontenta di interrogare Riccio, della questura di Catania. Questo dice che Galatà è «una brava persona». Per Cudillo basta. Chi è questa brava persona? Stefano Galatà ha 25 anni, è responsabile del MSI di Catania e provincia, organizzatore di azioni squadristiche; nel 1968 ha accoltellato uno studente di sinistra. Ha ricevuto 50.000 lire dal Soccorso Tricolore.

Zanetov

Anche per lui tutto bene: «Le contrastanti dichiarazioni dell’Arbanasich …escludono che in realtà Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12 dicembre 1969» (dalla requisitoria di Occorsio).

Ventura

«Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento» (sempre dalla requisitoria di Occorsio).

Sottosanti

Detto anche Nino il Fascista, assomiglia moltissimo a Valpreda: davanti a una sua foto, Rolandi dice: «E’ un Valpreda ritoccato». Ex legionario, esperto di esplosivi, gira per tutti i gruppi fascisti. Amico intimo di Delle Chiaie. Nel maggio 1969 si infiltra tra gli anarchici milanesi. Il 25/4/69 lavora alla Fiera quando ci sono gli attentati. Partecipa a Rimini a una riunione di fascisti alla vigilia degli attentati sui treni. Poi sparisce e torna in Sicilia. Il 28/11/69 è di nuovo a Milano, per deporre dal giudice Amati, sulla faccenda degli attentati alla Fiera (ha fatto una deposizione a favore dell’anarchico Pulsinelli – gli serve continuare a fare il buon amico degli anarchici). Il 12/12/69 mangia a casa di Pinelli, si fa rimborsare il viaggio fatto per venire a testimoniare; alle 15 va a ritirare l’assegno; alle 16 prende un pullman per Pero; per andare a trovare i genitori di Pulsinelli. Il giudice milanese Amati rileva che ci sono «molti gravi indizi… nei confronti di Sottosanti in quanto questi, servendosi di un mezzo qualunque… avrebbe potuto raggiungere il centro di Milano dopo le 15, depositare la bomba in Piazza Fontana, riportarsi in Piazza Cadorna e partire per Pero».

L’accusa rimane lettera morta. E i magistrati non prendono in considerazione altri gravi fatti che emergono dalla controinchiesta: 1) dopo il 12 dicembre, pur non lavorando, Sottosanti sembra disporre di notevoli mezzi; 2) Sottosanti aveva a Milano una amica tedesca frequentatrice di uno studio fotografico di via Cappuccio 21, dove un taxista affermò di avere caricato il 12 dicembre, mezz’ora prima dello scoppio delle bombe, per condurla in piazza Fontana, una giovane alta e bionda, dall’accento straniero, con una valigetta che pareva molto pesante.

Il Sottosanti viene convocato due volte a Roma da Cudillo e il giorno della sua seconda convocazione un giornale radio del pomeriggio annuncia il suo arresto per strage. Poi più nulla.

Nella requisitoria Occorsio lo dichiara «estraneo ai fatti».

Delle Chiaie

C’è però un fascista che tra gli imputati ci finisce: con una imputazione di poco conto, però, di aver reso una testimonianza incompleta sui suoi rapporti con Merlino (ha addirittura negato di conoscerlo) e poi gli si è dato tutto il tempo di scappare – tutt’ora è latitante – perché arrestarlo comportava un rischio troppo grosso: che qualcuno cominciasse a parlare e ci si avvicinasse troppo ai mandanti della strage. Delle Chiaie infatti è l’esponente di Ordine Nuovo che dal 1968 ha organizzato tutte le infiltrazioni fasciste nei gruppi della sinistra, in particolare tra gli anarchici del 22 marzo, dove ha collocato Merlino, suo uomo di fiducia. E’ sempre lui che, insieme a Pino Rauti, ha organizzato quel viaggio premio in Grecia nella primavera del ’68, dove la strategia della tensione è stata accuratamente programmata con i colonnelli greci e la Cia. Ed è lui che passa direttamente le informazioni al Sid. Sapeva molte cose, indubbiamente, ed era meglio non farlo parlare.

Le loro organizzazioni

Questi fascisti, come si è visto, non hanno agito da soli. Dietro di loro ci sono grosse organizzazioni, e grossi finanziamenti. ORDINE NUOVO, in primo luogo, che tutte le testimonianze indicano come direttamente coinvolto nella strage. Il suo presidente è Pino Rauti, giornalista del quotidiano fascista «Il Tempo» di Roma, legato direttamente ai colonnelli greci che parlano di lui in un rapporto riservato, su cui dei giornalisti inglesi sono riusciti a mettere le mani.

Poi EUROPA E CIVILTA’, di ispirazione nazista, presieduta da Loris Facchinetti, molto legato a Mario Merlino. L’organizzazione riceve finanziamenti massicci, ed è specializzata nell’organizzazione di campeggi paramilitari in cui istruttori ex nazisti tengono corsi di controguerriglia e corsi di paracadutismo con l’aiuto dell’Associazione nazionale paracadutisti.

Il capo dell’ufficio politico della questura della capitale li ha definiti però «pacifici escursionisti»!

Ed ancora il FRONTE NAZIONALE di Junio Valerio Borghese, il «principe nero» del fallito colpo di Stato del dicembre ’69. I suoi luogotenenti sono quel Viaggio e quel Bianchini che avevano proposto al Loi di partecipare ad una azione in cui poteva anche «scapparci il morto».

Chi li ha pagati. Chi li ha mandati

I mazzieri del capitale

La CIA, che ha speso mezzo miliardo di dollari per organizzare in Grecia la sua centrale europea di spionaggio e controllo anticomunista, e i padroni, tutti i padroni.

Ci sono quelli che questi gruppi li finanziano direttamente: i tanti Pesenti, Borghi, Matacena, Agusta, Monti, Bertone; e ci sono quelli che appaiono più «democratici» e moderni e i fascisti li usano e li foraggiano di nascosto: Agnelli che incontra Almirante – gli fa da tramite l’industriale dell’Asti Spumante, Gancia di Canelli – e Almirante non è altro che la facciata parlamentare dei gruppi «eversivi» di estrema destra.

Tutti i padroni infatti si servono dei fascisti: come gli è servita la strage, gli servono i picchiatori davanti ai cancelli e i provocatori dentro la fabbrica, per sabotare le lotte è organizzare i crumiraggi. E tutti i padroni li pagano.

Perciò tutti i padroni sono colpevoli. Può anche darsi che la borghesia decida al processo, per salvarsi la faccia, di sacrificare qualche suo squallido mazziere. Ma questo non deve bastare. La giustizia proletaria saprà colpire i veri mandanti della strage.

Il bilancio della strage

Morti

– 16 assassinati alla Banca dell’agricoltura il 12/12/69.

– Pinelli assassinato dalla polizia il 15/12/69.

– Rolandi viene «sopraffatto dalla superresponsabilità».

– L’avv. Vittorio Ambrosini «esce» dalla finestra.

– I testimoni Casile e Aricò muoiono in un… «incidente stradale» (stavano indagando, in collegamento con i compagni della controinformazione, sulle attività dei fascisti a Reggio, nel quadro della strategia della tensione. Il Casile in particolare, aveva dichiarato che dopo il viaggio in Grecia, i fascisti volevano organizzare a Reggio un altro circolo 22 marzo. Il padre di Aricò aveva ricevuto il giorno prima che il figlio partisse una telefonata da un amico agente di PS che lo consigliava di non lasciar partire il figlio). Sono investiti da un camion proprio davanti a una tenuta di Borghese.

– Armando Calzolari, scomparso da casa il 25/12/69 e trovato morto in un pozzo alla periferia di Roma, il 28/1/70. Amministrava i fondi del Fronte Nazionale di Borghese, e a casa sua si riunivano uomini come il card. Tisserand e il carrozziere Bertone. Aveva saputo troppe cose sulla strage e sui mandanti e aveva detto che questo passava il segno!

Detenuti

– Valpreda, Gargamelli e Borghese, in carcere dal dicembre ’69.

– U. Lemke. internato in manicomio criminale.

Promossi

– Il tenente dei carabinieri Lo Grano, uno degli assassini di Pinelli, diventa capitano.

– I brigadieri dei carabinieri Mucilli e Panessa, anch’essi complici nell’assassinio di Pinelli, diventano marescialli.

– Calabresi è promosso commissario di P.S.

– Cudillo è promosso Consigliere di Corte d’Appello.

«La magistratura ha il dovere di punire i cittadini che non si inchinano davanti al potere» – Cudillo.

«La magistratura non solo è indipendente, non solo segue una sua logica astrusa, che non va né spiegata, né tanto meno capita, ma è anche al di sopra di ogni sospetto».

Ma chi sono Cudillo e Occorsio?

Perché sono stati scelti proprio questi due magistrati per condurre questa istruttoria – che infatti doveva essere condotta a Milano, luogo della strage -, ma che è stata subito trasferita a Roma, con i soliti cavilli giuridici.

Perché questi erano gli uomini più adatti e fornivano maggiori garanzie per le prove di fedeltà alla legge dei padroni che avevano già dato nel passato.

Infatti Cudillo, coadiutore di Occorsio nell’istruttoria, è il magistrato che ha archiviato, sostenendo la tesi del suicidio, il caso della morte del col. Rocca, del Sifar, che evidentemente sapeva troppo sul tentato colpo di stato dell’estate ’64, durante la presidenza Segni, e coprendo in questo modo tutte le responsabilità governative. Un uomo sicuro per il Sid, dunque!

E Occorsio è stato Pubblico Ministero al processo contro Tolin, il direttore responsabile di Potere Operaio – il primo grosso processo politico per reati di stampa contro la sinistra rivoluzionaria. Ma soprattutto si era già mostrato disposto a collaborare con la polizia romana nella preparazione della trappola contro Valpreda: è stato giudice istruttore in quel processo per rissa in cui si comincia a far passare Valpreda per un «bombarolo» almeno a parole.

E quando poi per non sputtanarsi completamente è stato costretto dalla mobilitazione della sinistra rivoluzionaria a prendere in considerazione l’attività dei fascisti nel corso degli ultimi due anni, lo fa in modo da scagionare definitivamente i fascisti da ogni responsabilità nella strage: incrimina Ordine Nuovo per ricostituzione del disciolto partito fascista, ma a partire dal 21/12/69, nove giorni dopo la strage. Come dire che prima Ordine Nuovo non esisteva, e quindi non poteva certo aver messo le bombe. Ma Ordine Nuovo è stato fondato nel 1960!

Questa sarebbe la magistratura indipendente! Occorsio, chiude la sua criminale requisitoria, dove per apparire al di sopra delle parti evita sempre di proposito di parlare in termini politici, trasformando tutto in questioni tecniche, in questo modo:

«Queste dunque le conclusioni che il P.M. trae al termine di una istruttoria condotta… con assoluta imparzialità, attraverso un ambiente difficile, disposto solo ad ostacolare la ricerca della verità, mai a collaborare con la giustizia.»

«I morti di Piazze Fontana sono stati poi occasione da più parti per gratuiti attacchi contro la magistratura (accusata di operare su direttive politiche e non di giustizia), attacchi che hanno largamente superato ogni diritto di critica. Il rispetto che lo scrivente pensa che debba essere tributato a delle vittime innocenti… non consente in questa sede una adeguata risposta alle insinuazioni mosse contro gli inquirenti. Ma una cosa va detta per tranquillità dei cittadini: La magistratura italiana non è serva né di altri poteri, né di idee guida ed è invece garanzia per il popolo di obiettività di indagine e indipendenza di giudizio.»

Presiede il Falco

La Corte d’Assise che giudica gli accusati della strage è presieduta da Orlando Falco. Un altro uomo giusto al posto giusto, perfettamente inquadrato nella strategia complessiva del processo.

L’ha reso celebre la sentenza contro Braibanti, una sentenza che ricorda i tribunali dell’Inquisizione, in cui è stato tirato fuori un reato nuovo, «il plagio». Nove anni al professor Braibanti, per reato di plagio, cioè per avere in sostanza avvicinato e convinto due giovani allievi alle proprie idee.

Ecco dunque un altro di quelli che sanno ben rappresentare e applicare la violenza silenziosa e legalitaria dello Stato borghese.

Le due linee della difesa

La difesa revisionista e la difesa rivoluzionaria

La difesa degli imputati al processo si orienta su due linee di condotta completamente diverse dal punto di vista politico.

La difesa che potremo chiamare «revisionista» portata avanti soprattutto dall’avvocato Calvi, affiancato dagli avvocati Sotgiu e Lombardi, riporta all’interno del processo la linea dei partiti della sinistra «ufficiale» – soprattutto il PCI – di connivenza sostanziale con lo Stato borghese e le sue istituzioni, da correggere, appunto, ma non da abbattere.

– Chiedere infatti agli stessi organi dello Stato di «far luce» sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare prestigio e credibilità e rafforzare istituzioni ormai completamente sputtanate agli occhi delle masse-.

Calvi, diventato per caso avvocato difensore di Valpreda, si muove nel pieno ossequio delle istituzioni, cercando di dare il minor fastidio possibile a Cudillo ed Occorsio, anzi, in sostanza, in piena connivenza con questi:

– Ha definito l’istruttoria di Cudillo «una istruttoria onesta», avallando così tutta la macchinazione della strage, che nella sentenza trova il suo punto conclusivo.

– Non ha fatto opposizione al verbale di riconoscimento di Rolandi: sapeva che a Rolandi era stata mostrata prima la foto di Valpreda e non l’ha mai detto. Allo stesso modo, non ha mai impugnato il giuramento a «futura memoria» di Rolandi, come poteva invece fare, dato che non era presente.

– Sostiene apertamente che la difesa deve essere condotta secondo le regole del gioco dei padroni. Non si tratta di dimostrare e provare la colpevolezza dei fascisti, ma solo l’innocenza di Valpreda.

– A questo atteggiamento passivo, e addirittura connivente – non ha mai fatto nessuna richiesta – si accompagna la degradazione del lavoro svolto in senso contrario dai compagni della controinchiesta. Sarebbero solo, come li definisce anche Occorsio, dei «mestatori nel torbido» che, per prevenzione ideologica, tendono a dirottare il corso della giustizia.

La difesa rivoluzionaria, invece, composta non da «avvocati» ma da compagni che fanno anche gli avvocati, ha saputo portare tutte le contraddizioni politiche dentro al processo, facendo mettere agli atti anche il libro «Strage di Stato» – mentre gli avvocati revisionisti erano contrari e volevano addirittura che il libro non fosse pubblicato, perché «pericoloso per gli imputati» (in quanto «politicizzava troppo la vicenda delle bombe»).

La difesa rivoluzionaria considera il processo un momento di lotta politica, di scontro diretto con lo Stato, da cui deve partire una indicazione per tutti i compagni che si organizzano e lottano nei vari settori. La difesa revisionista tende invece ad isolare questo processo dal contesto politico, facendone un «caso giudiziario».

Non esiste possibilità di mediazione tra queste due linee: da una parte infatti si vuole fare solo un processo di complicità e di connivenza, da usare come merce di scambio, dall’altra si vuole accusare direttamente la borghesia, con tutti i suoi alleati, compresi i revisionisti, e i fascisti come suoi mazzieri.

Gli obiettivi della campagna di massa

Assemblee popolari, agitazione e propaganda a livello di massa, controinformazione sistematica, manifestazioni, azioni militanti, «contro-processi popolari», interventi diretti nelle scuole, nelle fabbriche e nei quartieri, dovranno essere articolazioni di questa campagna politica unitaria di tutta la sinistra rivoluzionaria.

I principali obiettivi della campagna politica di massa sulla «strage di Stato» dovranno dunque essere:

a) Liberare Valpreda e gli altri compagni anarchici, che hanno rappresentato il capro espiatorio giudiziario per l’attacco violento e diretto della borghesia italiana e dell’imperialismo americano contro le masse proletarie e tutta la sinistra rivoluzionaria;

b) lottare contro le leggi e le istituzioni dello Stato borghese, non per un loro illusorio ricupero in senso «democratico» e «costituzionale», ma per chiarirne, di fronte alla classe operaia ed a tutti gli strati sociali sfruttati la vera natura di classe ed il loro diretto uso anti-proletario;

c) Predisporre tutte le iniziative militanti e di massa, che possano essere richieste dalla durezza dello scontro politico complessivo e dalla logica di provocazione che la classe dominante instaurerà anche durante il processo;

d) ribaltare politicamente il processo rendendo protagonista la giustizia proletaria contro i veri colpevoli della «strage» (non solo i fascisti, che le bombe le hanno materialmente messe, ma soprattutto i padroni che ne sono stati i diretti mandanti, e gli organi repressivi dello Stato, che sono stati i «garanti» della montatura anti-anarchica e della successiva repressione anti-proletaria;

e) demistificare il ruolo dei partiti della sinistra istituzionale, chiarendo la loro oggettiva compromissione con il disegno di «restaurazione autoritaria» della classe dominante e denunciando la loro linea subalterna («sia fatta luce») nei confronti dello Stato stesso, mandante politico e copritore istituzionale della «strage», linea subalterna che si è già manifestata nella gestione tecnica e di connivenza della loro difesa processuale;

f) chiarire l’uso padronale dei fascisti, non per una generica mobilitazione antifascista, ma per individuarne, colpirne e stroncarne l’uso direttamente antiproletario fattone dai padroni, ed il ruolo di copertura assegnatogli dallo Stato nella «strategia degli opposti estremismi» per attaccare le avanguardie di classe e la sinistra rivoluzionaria.

 

 

 

NUMERO UNICO

Edito dal Comitato nazionale di lotta sulla strage di Stato – Soccorso Rosso – Presso LIDU

piazza Santi Apostoli, 49 – Roma